ANADP 2011 and Educational Alignment

La Biblioteca Nazionale Estone ha ospitato in questi 3 giorni il convegno internazionale “Aligning National Approaches to Digital Preservation“. E’ stato un colpo di fortuna che un convegno così importante si sia tenuto proprio qui a casa nostra. Ed è stato forse il convegno più stimolante e utile a cui abbia mai partecipato; non solo per la preparazione e la brillantezza dei partecipanti, o per la densità delle tavole rotonde delle breakout sessions, ma per la presenza, sul palco e fra il pubblico, di grandi istituti internazionali quali Library of Congress o il JISC. Insomma, erano presenti quelli che stanno in prima linea, quelli che prendono le decisioni importanti, mica la fuffa.

ANADP 2011 - original picture by Inge Angevaare
ANADP 2011 ci siamo anche noi! (original picture by Inge Angevaare – follow the link to the original source)

Vorrei raccontare di due interessanti spunti venuti dal Panel 5: Education Alignment, in cui si parlava di educazione, formazione e relazione con il mondo del lavoro, cosa che al nostro gruppo di studenti in prima fila interessava molto vicino.

Il primo spunto viene da Andreas Rauber (Vienna University of Technology), che riflette sui cambiamenti che l’evoluzione digitale richiede ai curricula. Esiste un problema di bilanciamento nei curricula: se per esempio inseriamo nei corsi un po’ di XML, dobbiamo fargli posto togliendolo a qualcosaltro. Oggi nei corsi si studiano ancora materie come legatoria e restauro librario, ma cosa ha a che fare il restauro librario con il digitale? Qual’è l’equivalente, nel mondo digitale, del restauro? Dobbiamo sostituire il 90 % dei corsi attuali con argomenti legati al digitale; non ha senso studiare restauro librario in questo contesto. Dobbiamo inserire nei programmi cose come XML, i file-format, capire le caratteristiche dei formati dei file, dobbiamo capire cos’è un sorgente e cosa fa un compilatore, i linguaggi di programmazioni, i supporti digitali, ecc. Tutto questo deve essere legato alle IT skills, agli aspetti tecnici, non c’è niente da fare. Dall’informatica non si può più sfuggire.

Gli risponde il prof. Howard Besser (New York University), che con grande acume evidenzia due sfumature: le cose che negli anni ’90 venivano insegnate come argomenti di nicchia o specialistici (information retrieval, web searches, ecc.) oggi sono diventate semplicemente “reference“. Si insegnava agli utenti a usare i cataloghi speciali, o i cataloghi elettronici – ma ora si chiamano semplicemente cataloghi e basta. Si insegnava a navigare fra le risorse web, ma ora la navigazione internet è la base dell’alfabetizzazione informatica. Oggi tutti hanno bisogno di queste abilità di base, non più solo alcune figure professionali di esperti. Perché come la tecnologia evolve, quella che prima è una conoscenza specialistica diventa mainstream, viene assimilato nella pratica comune, si fa “normale”.

Naturale corollario è che, dal momento che le abilità (skills) si evolvono, non ha senso che i datori di lavoro richiedano ai propri candiati delle specifiche abilità tecniche. Il 98% dei datori di lavoro non è alla ricerca di “skills”, dal momento che queste mutano rapidamente, ma è alla ricerca di “mindsets”. Le skills richieste non sono necessariamente IT: sono appunto “mindsets“, “dispositions” (carattere, inclinazione, attitudine), “forma mentis“: l’abilità di lavorare in team eterogenei e internazionali, la capacità di cooperare e di coordinare, le qualità di leadership, di problem solving. In generale di tutte le qualità che ruotano intorno alle capacità di comunicazione che sono ancora troppo sottovalutate. Non si tratta di cose che si possono “insegnare” o integrare nei curriculum, e paradossalmente sono l’unica cosa che serve davvero.  (Cosa che per noi studenti DILL è consolante, perché quasi l’unico vantaggio di quello che studiamo consiste in questo tipo di esperienza). Tutto questo è poi racchiuso nel monito di Sheila Corrall: “Education is not Training“. Con “Educazione” intendiamo la base utile per ogni aspetto della professione; con “Training” ci riferiamo all’addestramento specifico e specialistico per un particolare ruolo o funzione.

Breakout session at ANADP 2011
Breakout session at ANADP 2011

Questo ci coinvolge molto da vicino. A questo punto, durante la breakout discussion, ci prendiamo un po’ di spazio. Rasmus dalla sala presenta il nostro programma di master, e suggerisce che le istituzioni dovrebbero prestare molta attenzione a questi corsi – al nostro in particolare che è unico nel suo genere – e dovrebbero guardare a fondazioni come Erasmus Mundus per collaborare a fornire programmi specifici, mirati, spendibili. Rispondendo alle domande interessate dei presenti, spieghiamo il nostro background, il ruolo dei finanziamenti europei e le possibilità formative comprese nel programma.

La mia riflessione, che purtroppo non sono riuscito a condividere (avete presente lo Spirito della Scalinata?) è la seguente. Per creare una relazione di successo fra istituzioni (che hanno bisogno di figure specifiche che spesso non riescono a trovare, come ha ricordato la collega dei National Archives) e gli studenti, che apprendono tanta teoria di cui non sanno che farsene al momento di cercare lavoro, occorre una partecipazione attiva da parte delle istituzioni stesse che non incominci alla fine dei corsi, ma che parta dal loro interno. Attraverso i visiting lecturers e gli stessi tirocinii, le istituzioni dovrebbero visitare le scuole guardando con attenzione agli studenti, incontrandoli, facendo la loro conoscenza, valutandoli già nell’ottica di una prossima integrazione nei loro staff. La mia visione è quella delle scuole di biblioteconomia come campi di reclutamento, in cui i professionisti in visita scovano “giovani talenti”. Le scuole sono lì, quindi per le istituzioni è facile andarle a trovare; e gli studenti possono mettere in mostra le loro abilità da subito, senza arrivare allo spaesamento di quella fase compresa fra il termine degli studi e la ricerca del lavoro.

Infiniti gli stimoli giunti da queste sale gremite di gente schierata in prima linea sui temi della preservazione digitale, compresa la chiacchierata in pausa pranzo con Howard Besser sui temi dell’open access e la suggestiva sintesi conclusiva di Clifford Lynch. Per motivi diversi non ho potuto né voluto tenere un live-blogging, ma si possono trovare in rete alcune tracce interessanti: il blog di Inge Angewaare (http://digitaalduurzaam.blogspot.com/2011/05/finding-ways-to-align-internationally.html e i post seguenti) il blog di Michael Seadle (http://digitalplusresearch.blogspot.com/) e il live-twitter curato dal bravo Matt Schultz (su twitter cercate anche l’hashtag #anadp11).

AGGIORNAMENTO 20/06/2011: il riassunto della giornata si può finalmente trovare sul blog di Inge Angewaare a questo link, insieme a una bella foto del vostro affezionatissimo e a un mio commento che riassume, finalmente in inglese, quanto ho scritto qui sopra.

ANADP 2011 and Educational Alignment

Una chiacchierata appassionante

Chiacchierata e caffè
Chiacchierata e caffè

Oggi ho pranzato con Getaneh Agegn, un collega del DILL1, che ora sta facendo il dottorato a Portsmouth; è impegnato in una ricerca che lo porta a intervistare studenti e professionisti del settore. Abbiamo quindi avuto modo di fare una lunga intervista-chiacchierata in un bel caffè del centro storico, e come capita sempre in queste occasioni, ci si sorprende sempre delle proprie stesse parole, perché parlando si imparano tante cose quanto ascoltando. Sarebbe bello poter trascrivere tutta la chiacchierata (nella quale io ero more the chatter than the chattee, quindi diventerebbe una roba un po’ egotica e psicanalitica) ma non posso che limitarmi a brevi appunti.

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Una chiacchierata appassionante

Etichette e recinti

Chi mi conosce sa che ho sempre cercato di difendere la distinzione fra contenuto e contenitore, fra servizio e fra fornitore del servizio, fra scopo e strumento. Prima di tutto perché è più efficiente la gestione di entrambi – contenuto e contenitore – quando questi sono separati – e fin qui siamo tutti d’accordo.

Poi per via di un aspetto se vogliamo più concettuale: la piattaforma non deve essere identificata con la sua funzione. A suo tempo, ispirato dalle parole di Dorothea Salo, avevo insistito affinché il Deposito Istituzionale dell’Università di Torino non si chiamasse Dspace, come tutte le installazioni di Dspace allora esistenti, ma venisse battezzato con un nome più personale e slegato al software utilizzato. Questo perché dobbiamo essere liberi di cambiare strumento, quando se ne presentassero di migliori, mantenendo l’identità e l’integrità di quello attuale (un po’ come sta facendo in questi giorni E-Lis, che sta migrando da Eprints a Dspace). Cambiare nome a un servizio intorno al quale cui si costruisce un branding, un’immagine, un percorso di formazione e un insieme di prassi quotidiane, non è il massimo.

Per lo stesso motivo mi dispiace vedere un grande hype intorno a Twitter, come se fosse l’unico e il solo servizio di microblogging esistente. Continue reading “Etichette e recinti”

Etichette e recinti

Michela chi?

Come tutti i giorni, suona il telefono sulla mia scrivania. Come tutti i giorni, è probabilmente un collega che chiede informazioni o assistenza. Rispondo al telefono, e la voce dall’altra parte mi dice:
“Pronto, sono Michela….”

Michela chi?

Ora. Il mio staff gestisce centralmente i servizi per 50 biblioteche. In ogni biblioteca lavorano dalle 1 alle 15 persone. Fate i conti.

Perché una persona non capisce che al di fuori delle sue quattro pareti esiste un mondo grandissimo, in cui possono esistere persone con lo stesso nome?

Ogni realtà lavorativa, istituzione, centro, ufficio, per quanto minuscolo, non è solo e isolato, ma è inserito all’interno di un sistema più grande. Il quale a sua volta è correlato ad altri sistemi, e così via. La rete di relazioni è vastissima, estesa e intricata.

Esistono tante Michela, quindi per favore dimmi il cognome, e dove lavori. Esistono 50 biblioteche, quindi per favore non intestare le tue email come “biblioteca”, come se esistesse solo la tua!

Questa piccola mancanza di attenzione testimonia un problema più grande: spesso chi si trova all’interno di un sistema, non vede il sistema, così come chi si trova in Piazza Castello non riesce a vedere l’Italia.

Michela chi?