Carta

.book by Barbara Piancastelli (source Flickr - CC-BY-NC-SA)

Quest’estate passeggiavo per i paesini dell’Appennino Bolognese con un’amica pittrice, e lei mi parlava del suo amore per la materia, il contatto fisico con essa, il lavoro manuale e la creatività artistica che ne può scaturire. Lei studiava come riprodurre la matericità delle cose – le texture delle pietre, gli aloni delle carte, le venature dei legni – attraverso la pittura. Per questo ho approfittato delle mie (ahimè poche) conoscenze bibliologiche per spiegarle i diversi tipi di carta impiegati lungo la storia del libro, dalla pergamena alla carta di stracci, fino alla carta industriale dei tascabili Gallimard che ingiallisce e si sgretola dietro i vetri della BNF. A un certo punto, lei ha commentato il suo interesse per la questione con una frase che mi aspettavo, ma che è comunque riuscita a spiazzarmi. Ha detto: “questa attenzione per la carta come materiale diventa sempre più importante, perché la carta, se ci pensi, è qualcosa che oggi giorno i nuovi strumenti di lettura digitale ci stanno togliendo“.

Visto che la mia vita è dominata dallo Spirito della Scalinata, mi tocca scrivere qui quello che avrei voluto risponderle, per dare una luce più ampia alla questione e trasformare la paura di povertà nella meraviglia della possibilità.

Il fatto è questo. L’amore che abbiamo per la carta – e per i libri, e per il loro odore, e per le macchie di giallo che si formano con il tempo quando li dimentichi al sole – deriva dal fatto che per secoli è stata il mezzo con cui abbiamo trasportato le parole e i pensieri che ci hanno fatto vivere. Le poesie e i romanzi, la scienza e la filosofia. Hanno vissuto sulla carta e ce li siamo passati di mano con la carta. Ma la carta è un messaggero, non è il messaggio. Noi la amiamo per quello che ha trasportato, non per la sua natura in sé. Questo significato lo abbiamo aggiunto noi attraverso l’uso che ne abbiamo fatto, non era intrinseco nella sua natura. Ma sarebbe sbagliato dimenticare il messaggio per il messaggero.

Oggi a trasportare questi messaggi ci sono altri messaggeri. Ci sono i bit, gli e-book reader, i network. Ci sono libri codificati nel DNA. Ci sono nuovi modi per creare e condividere questi messaggi. È più brutto? No. È meno “fisico” e materiale? Sì, a meno di non riuscire a comprendere tangibilmente il digitale (lo so, la fantascienza tutta si sta bagnando a solo leggere queste mie righe). È qualcosa che ci impoverisce? No – non solo perché la carta non morirà mai (anche se dovesse vivere solo nella pittura della mia amica, o nelle lettere d’amore, o nei paralumi cinesi) ma soprattutto perché, come direbbe Feynman, tutto questo “non sottrae” niente. (Parafrasando il fisico, mi viene da chiedermi che razza di scrittori sono questi, che riescono a immaginare il mondo come una grande biblioteca, ma non riescono a immaginarlo come un’immensa rete di connessioni digitali?)

E, soprattutto, perché quello che conta veramente è il messaggio, non il messaggero. Impareremo ad amare anche questi messaggeri. Impareremo a creare una filìa anche del digitale. Ci saranno dei Borges che ne scriveranno, edificando mondi e suscitando suggestioni.

The Doctor in the (digital) library
P.S.: questo post si collega lateralmente a un tema discusso sul blog di Virginia Gentilini, a cui voleva essere un commento.

P.P.S.: visto che niente avviene per caso, ieri sera mi è capitato di vedere una delle più belle puntate del Doctor WhoSilence in the Library – in cui non solo la biblioteca ritorna a essere metafora dell’universo, ma questa metafora include la persistenza digitale dei ricordi, dei pensieri, delle anime. L’episodio non è recente, ma credo che sia la prima volta che trovo una rappresentazione popolare così efficace e toccante della biblioteca digitale. La mia anima nerd e quella bibliotecaria, grazie al Dottore, si sono prese per mano e si sono commosse.

Carta

Biblioteche occulte

Leggo di una curiosa iniziativa legata alla Biblioteca “Arturo Graf” della Facoltà di Lettere dell’Università di Torino. Dico curiosa per usare un eufemismo: si tratta infatti della presentazione di un cortometraggio fatto per promuovere un gioco da tavolo con protagonisti i membri della band metal Therion e ambientato in una Torino steampunk – non so se mi spiego. Peccato non poterci andare (torno da Tallinn troppo tardi!) ma leggo che ci sarà lo streaming dell’evento. In ogni caso, vi consiglio di dare un’occhiata al progetto 011 sul sito dell’associazione Scribabs, organizzatrice dell’iniziativa, per trovare ulteriori informazioni.

La cosa che mi ha colpito maggiormente è la presenza dei Therion. Non sono mai stato un fan sfegatato della band di Christofer Johnsson, ma al tempo dei miei 17 anni ero stato rapito dal loro capolavoro Theli, che nell’ormai lontano 1996 rappresentava davvero un gioiello mai visto prima di death metal sinfonico e orchestrale. Come molti sanno, o possono intuire dal nome stesso della band e dei loro dischi, gli svedesi scrivono testi legati profondamente ai temi dell’esoterismo, dell’occultismo e della magia.

Biblioteca Graf
I fondi storici della Biblioteca di Lettere – Università di Torino

Per questo mi ha colpito leggere il loro nome accanto a quello della biblioteca di Lettere.

Quando facevo il mio tirocinio presso il fondo Graf ricordo con grande interesse i vari titoli di occultismo e demonologia che figuravano nella collezione dell’illustre letterato. Ne ritrovo alcuni grazie a una veloce ricerca nel Catalogo: Curiosités des sciences occultes di P. Lacroix (Parigi 1885), Des Sciences occultes, ou Essai sur la magie, les prodiges et les miracles di Eusèbe Salverte (Parigi 1856), Histoire de Satan, sa chute, son culte, ses manifestations, ses oeuvres dell’abate Lecanu (Parigi 1882), La démonologie ou histoire des démons et des sorciers di Sir Walter Scott (Parigi 1832), la Storia della magia di Joseph Ennemoser (Leipzig 1844) .

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Biblioteche occulte

Zombie in biblioteca

Tempo fa parlavo di fumetti, e di quanto poco questo medium straordinario sia stato sfruttato a fini educativi: mi chiedevo soprattutto se ci fosse qualche interessante esperienza dell’impiego del fumetto all’interno delle biblioteche, o della scienza dell’informazione in generale.

Ecco che giusto ieri scopro tramite Linkedin una vera perla: una guida ai servizi della Miller Library del McPherson College (Kansas).

A fumetti.

Con gli zombie!

Il divertentissimo fumetto di 15 pagine (scaricabile da questo link) riprende i temi dello zombie splatter ma anziché ambientarli nel classico ospedale li trasporta nella biblioteca del campus, nella quale due impauriti studenti si rifugiano per essere eruditi da un magro e barbuto bibliotecario (lo so, se fosse stato anche pelato la mia eccitazione sarebbe stata un tantino più incontenibile).

Il bibliotecario della Miller Library (immaginatelo pelato)

Con l’ironia tipica del genere vengono illustrati l’ordinamento delle raccolte secondo la classificazione Dewey, il ruolo degli addetti al reference, la collezione musicale (con una divertente citazione da Shaun of the Dead). Avrei gradito un po’ più di riferimenti alle collezioni digitali, ma riconosco che è più facile decapitare uno zombie con un 33 giri in vinile che con una ricerca su Metalib (sempre a proposito di morti viventi).

Al termine del fumetto sono riepilogate, in maniera appena più discorsiva ma non priva dello stesso tono divertito, informazioni più dettagliate sui servizi: il funzionamento delle collocazioni, come effettuare ricerche efficaci nel catalogo, come cercare i periodici elettronici nelle banche dati online. Notevole anche la lista di piccoli accorgimenti per valutare la qualità di una risorsa online: quel tipo di informazioni bibliografiche pratiche che secondo me sono l’essenza di ciò che deve fornire una biblioteca, così come il flowchart finale per una corretta ricerca bibliografica.

Ammirevole.

P.S.: Ringrazio Rexford Quick per questa chicca.

Zombie in biblioteca

Una chiacchierata appassionante

Chiacchierata e caffè
Chiacchierata e caffè

Oggi ho pranzato con Getaneh Agegn, un collega del DILL1, che ora sta facendo il dottorato a Portsmouth; è impegnato in una ricerca che lo porta a intervistare studenti e professionisti del settore. Abbiamo quindi avuto modo di fare una lunga intervista-chiacchierata in un bel caffè del centro storico, e come capita sempre in queste occasioni, ci si sorprende sempre delle proprie stesse parole, perché parlando si imparano tante cose quanto ascoltando. Sarebbe bello poter trascrivere tutta la chiacchierata (nella quale io ero more the chatter than the chattee, quindi diventerebbe una roba un po’ egotica e psicanalitica) ma non posso che limitarmi a brevi appunti.

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Una chiacchierata appassionante

Going Mobile

Interfaccia mobile
Interfaccia mobile

No, non è una citazione degli Who.

E’ solo l’annuncio che da oggi questo sito è disponibile anche tramite un’interfaccia pensata per i dispositivi mobili.

Grazie al plugin di WordPress Mobile Pack, ora il sito riconosce automaticamente il browser utilizzato, e passa alla visualizzazione “compatta” nel caso di uno smartphone, o resta su quella “normale” nel caso dei pc. Un pulsante a fondo pagina, in entrambi i casi, consente di modificare manualmente l’impostazione.

Sì, lo so, devo fare ancora un lavorone sui temi disponibili, perché quello attuale non solo non è un granché (ad esempio causa alcuni errori di rientro nel testo) ma nemmeno rende il “look and feel” del sito originale.

Però sono contento, perché non solo mi permette di essere più leggibile sugli smartphone, ma mi dà l’occasione per dirvi brevemente di quanto sia felice, da un mese a questa parte, di possedere un telefonino Android. Soprattutto qui a Tallinn, dove le reti wireless sono seconde per numero solo alle belle ragazze, avere la rete completamente a disposizione in una mano mi diverte parecchio. Mi permette di vivere “la mia vita cyborg“, come scriveva Danah Boyd in un bellissimo post tempo fa.

Oggi a lezione (tra l’altro, tenuta in teleconferenza da un professore a Graz – ma quanto siamo avanti?) potevo consultare Wikipedia quando sentivo concetti sconosciuti, o cercare la traduzione di parole che mi servivano lì per lì; potevo controllare sul calendario sincronizzato con Google Calendar data e luogo della prossima lezione, aggiornare con Identi.ca i miei amici a proposito di un curioso ritrovamento letterario nella caffetteria del campus, e farmi due risate con una carrellata random di Xkcd nelle pause.

Tempo fa volevo scrivere un lungo post sui temi descritti dalla Boyd, e farneticare un po’ sul rapporto fra tecnologia e gerontocrazia, ma poi ho desisitito; mi limito a cogliere questo pretesto per linkare al suo post e a un contemporaneo post di Virginia Gentilini sullo stesso tema – al quale tra l’altro ci sono un paio di miei commenti che purtroppo a causa di un aggiornamento ha visto perdere alcuni miei commenti.

Leggete e commentate, che su questo tema mi interessa avere le vostre opinioni!

Going Mobile