Robert Darnton: 5 miti sull’età dell’informazione

Oggi mi è capitato di leggere un recente articolo di Robert Darnton dal titolo: 5 Myths About the ‘Information Age’. Il titolo mi ha subito incuriosito: so che “miti” vuole spesso dire “preconcetti”, e mi piace quando i preconcetti vengono smontati, perché rivelano la reale complessità sotto la superficie del bla bla mediatico. Come dice Darnton nell’introduzione, “la confusione sulla cosiddetta società dell’informazione ha portato a uno stato di falsa consapevolezza collettiva“. Come a dire: ci stiamo abituando a parlare di cose che non hanno a che fare con la realtà. Di fuffa, insomma.

Secondo Darnton la “fuffa” si riassume in 5 punti essenziali, che mi piace commentare.

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Robert Darnton: 5 miti sull’età dell’informazione

Poesia e Conoscenza

Abbiamo iniziato le lezioni di Information and Knowledge Management, e nelle prime battute stiamo tentando di definire i concetti base, che mai come in questo caso si rivelano elusivi; che cos’è in fin dei conti l’informazione, che cos’è veramente la conoscenza? E’ una calda notte d’estate nell’Antica Grecia.

Un’immagine ricorrente per illustrare la relazione fra questi concetti e le rispettive sfere di significato è la piramide Data > Information > Knowledge > Wisdom (Dati > Informazioni > Conoscenza > Saggezza).

Mi riconosco molto in questo schema, mi sembra funzionare. Dal blog Digital Collaboration mi viene ricordato che questa “gerarchia” trova origine in alcuni versi di T.S. Eliot:

Where is the Life we have lost in living?
Where is the wisdom we have lost in knowledge?
Where is the knowledge we have lost in information?

(T.S. Eliot, Choruses from the Rock, 1934)

Rispondendomi sul blog, Sue Myburgh si dimostra “stupita” che il fondamento della disciplina si trovi in una poesia.

Io invece no. Perché da sempre ho creduto nel valore ermeneutico della poesia, e dell’arte – che per me sono sempre stati strumenti di conoscenza molto più che non la stessa ricerca scientifica.

Poesia e Conoscenza

Fondamentali (2): la documentazione

Il mio collega Diego continua a ripetermi quanto gli insegnava una sua docente:

Il lavoro [di un ricercatore, ma vale per qualsiasi lavoro] deve consistere nel 20% di attività concreta e nell’80% di documentazione di quanto si è fatto.

Sorrido di fronte a questa sproporzione, ammettendone l’importanza e la verità.

Mi rendo conto ogni giorno di quanto è importante tenere traccia di ogni passo che viene fatto, ogni scelta o decisione presa, ogni mattoncino aggiunto. Perché capita sempre il momento in cui occorre ricostruire, ripercorrere il sentiero all’indietro per andare a trovare qualcosa che si è perso lungo la strada, o quando ci si trova a dover riassumere, magari per una pubblicazione, un lavoro durato anni.

Questo non è solo importante per chi verrà dopo di noi e deve continuare il nostro percorso, o utile quando si deve spiegare ad altri il proprio lavoro. Spesso sono io il primo a voler capire bene il funzionamento di un sistema o di un processo, e non disporre di un prontuario, di un abc, di un manuale mi disorienta – anche quando sono io l’autore del sistema o del processo. Quando non ricordiamo un dettaglio, e naufraghiamo nel disordine della scrivania, lamentandoci: i manuali, dove sono i manuali???

Questo, naturalmente, è ancora più vero quando ci si scontra con aziende di software commerciali che non documentano il proprio lavoro, distribuiscono manuali scadenti e non aggiornati, e perdono traccia dell’evoluzione dei loro stessi programmi. Mi è capitato molte volte, al telefono, di sentire i tecnici dell’assistenza vacillare, sprovveduti quanto me su un sistema gestito da loro. Mi veniva voglia di chiedere: ma non avete un elenco delle operazioni svolte, delle modifiche effettuate, dell’evoluzione delle funzionalità del vostro software? In una parola, non avete della stramaledettissima documentazione???

Quando è possibile, è buona abitudine farseli da sé i manuali.

Questo blog, alla fine, era nato con questo scopo.

Fondamentali (2): la documentazione

Fondamentali (1): leggere i classici

L’altro giorno in libreria mi è capitato fra le mani il testo dell’Ultima Lezione di Randy Pausch (fatevi un favore, e leggetevi il testo originale) e ho riletto volentieri la parte in cui racconta dei suoi allenamenti di football, e di come il suo allenatore gli abbia trasmesso il senso dei fondamentali.

I fondamentali. Spesso li trascuriamo troppo, o li diamo per scontati. Con l’inizio dell’anno nuovo ho pensato che sarebbe stato bello appuntare una serie dei fondamentali a cui l’esperienza mi ha insegnato ad attenermi e fare riferimento. Il primo è: leggere i classici. Di qualsiasi disciplina ci si occupi è opportuno darsi il tempo per leggere i testi di riferimento, anche se è vero che un classico, per definizione, è “un libro di cui tutti possiamo parlare bene senza averlo mai letto“.

Attualmente sto leggendo nientemeno che Understanding Media di Marshall McLuhan. Uno di quei libri che tutti citiamo (“sai, perché il medium è il messaggio, lo diceva McLuhan”) ma che poi si scopre che nessuno ha mai letto. Leggere con i propri occhi le basi di quello che facciamo (in questo caso i mezzi di comunicazione) ridipinge e rinfresca tutta la nostra visione del nostro lavoro, rafforzandola e solidificandola. Ci si rende conto anche che ciò che sappiamo molto spesso è frutto di ciò che è stato scritto, anche se noi non lo abbiamo mai letto, talmente radicato è quel pensiero nella cultura, nella prassi. E’ interessante anche vedere come pagine di 40 anni fa mantengano (con naturali eccezioni) una attualità e una vivacità che viene voglia di definire “profetica“. Infine, se non altro, ci consente di evitare figuracce come quella del tizio di Io e Annie, che non è poco.

A me piace andare con calma, quindi non sto a buttarmi di testa in tutte le letture dimenticate: però mi piace tirare giù due appunti di autori che andrebbero ripresi, o presi per la prima volta: Serrai, Virgilio, Gershenfeld, Dante, Eisner, Levi, Sontag, Benjamin, Joyce, Pasolini e quanti altri, quante “vertigini” che la lista solo ad abbozzarla fa venire.

E voi? Quali sono i vostri classici dimenticati? Quali propositi per l’anno nuovo avete intenzione di colmare con riletture importanti?

Fondamentali (1): leggere i classici

Le quattro parole magiche

Il brutto dei blog è che quando ti viene in mente di scrivere una cosa intelligente, scopri che c’è già qualcuno che l’ha scritta prima di te, e meglio di quanto avresti potuto fare tu.

Sconvolto da un mese e mezzo di corsi di formazione ai bibliotecari durante i quali le difficoltà più grandi sono state accendere i pc, spiegare la differenza fra maiuscole e minuscole evitando il termine “case sensitive”, aiutare a trovare il dollaro sulla tastiera, e sforzarsi di non dare per scontato nulla, ma proprio nulla, sono incappato in questo post di Dorothea Salo che mi è sembrato, grazia alla sua solita ironia, una boccata d’aria fresca.

Visto che il pensiero non è mio perché lei mi ha preceduto, per farlo mio decido di mettere una mia traduzione:

Molti studenti di biblioteconomia mi chiedono con occhi sgranati come ho fatto a imparare tutta quella roba sui computer, la programmazione, e cose così. Quando rispondo “Per caso, a volte perché dovevo, a volte perché ero solo curiosa”, mi guardano delusi.

Ma dico io: pensano che io sia in grado di mostrare loro la Strada Dorata verso la Secchioneria Bibliotecaria? Non posso. Non esiste niente del genere.

Ci sono tuttavia quattro parole magiche. Siate cauti, perché sono estremamente potenti.

Sarete cauti?

Ok allora. Le quattro parole magiche sono: “Hmmmmmm. Chissà come funziona?”

Se non siete sicuri su come affrontare la tecnologia, usate le Quattro Parole Magiche su qualcosa che utilizzate, che avete visto utilizzare, o siete interessati a utilizzare. Blog. Wiki. Database. Espressioni regolari. Scanner. Opac. Internet. Il vostro iPod. Qualsiasi cosa. “Hmmmmmm. Chissà come funziona?”

Magia. Davvero. Provate.

(Il post originale si trova qui) (Ahimè, il blog “Caveat Lector” ora non è più raggiungibile, e il post originale è perso.)

E’ stupefacente come la maggior parte delle persone sia restia a riflettere quando si trova davanti un problema. Vedo che il comportamento più frequente di fronte a qualcosa che non si capisce è quello di dire, possibilmente ad alta voce, “non ci capisco niente”, come se questo bastasse a giustificare la propria resa e a chiamarsi fuori, accompagnati dall’approvazione degli altri. Quando invece l’atteggiamento migliore sarebbe semplicemente quello di stare zitti, e osservare. Osservare quello che si ha davanti, rigirarselo in tutti i modi, fissarlo, finché sfinito dalla nostra stolida curiosità l’oggetto non si arrenda, ci parli, e ci riveli una volta per tutte come funziona. L’abbiamo conquistato.

Per portare altri esempi, è evidente che la scimmia di 2001 abbia fatto così.

Le quattro parole magiche