I cowboy fantasma colpiscono ancora

Happens all the time. But I AM the librarian.

Questa volta non sono più gli zombie a infestare il campus del MacPherson College, bensì una gang di cowboy fantasma del Kansas, che mettono a soqquadro la Graham Library del Coffeyville Community College alla ricerca di un vecchio documento.

Gli stessi autori della guida della Biblioteca dei morti viventi (Mtt Hupson e Michael Hall) hanno colpito ancora, realizzando un altro pregevole manuale introduttivo ai servizi della biblioteca a fumetti.

A fumetti! Sono solo cambiati i protagonisti: questa volta una ragazza sveglia che sceglie la biblioteca come luogo per un appuntamento con il suo ragazzo (un po’ annoiato, lo sprovveduto), un bibliotecario armato di tablet e una gang di cowboy fantasma.

Se davvero c’è bisogno di aggiungere altro, io mi arrendo.

La guida è scaricabile da qui.

I cowboy fantasma colpiscono ancora

La biblioteca pervasiva

Durante le discussioni-esercitazioni accese nelle lezioni di Carol Kuhlthau, parlando di Information Seeking Practice e di Information Literacy, si sono accumulate nella mia mente nuove riflessioni relative ai mutamenti richiesti dal ruolo delle biblioteche. Tema logoro e irrisolto, lo so: che cosa significa fare literacy in un mondo digitale, come evitare che la biblioteca fisica si dissolva nel digitale, facendo scomparire investimenti e professioni, come far sì che gli esperti dell’informazione (o i mediatori dell’informazione, chiamiamoli bibliotecari) non vengano dimenticati dagli utenti dell’informazione.

Ho spesso ripetuto che la chiave di salvezza è la formazione, l’information literacy. Che la biblioteca deve rimanere il luogo in cui magari non si accede più fisicamente alle risorse, ma in cui si deve poter ricevere un supporto e una mediazione utile e formativa. Ho sempre identificato questa funzione con il bancone del reference, forse in maniera più simbolica che reale, inteso come un baluardo di esperti, un punto di riferimento, posto al centro del cono di luce dell’atrio circolare di un’utopica biblioteca.

Helsinki National Library
Helsinki National Library

Ma quello che mi è venuto in mente è che forse occorre andare oltre il bancone del reference, scavalcarlo. Nella discussione in classe, anche Live – così come Jakaria tempo prima – riflette che la biblioteca sarà digitale, ma il bibliotecario può ancora continuare a essere fisico. E se le collezioni non sono più fisiche ma la mediazione può continuare a esserlo, allora non è detto che il biblitecario debba stare dietro un bancone, o in un ufficio, ma può muoversi liberamente in mezzo agli utenti. Allora mettiamo un bibliotecario in ogni angolo del nostro sistema, addosso ai ricercatori, in mezzo agli studenti come un angelo custode, e lasciamo che sia lui a condurli attraveso le risorse. Trasformiamo i bibliotecari in consulenti itineranti, che fissano appuntamenti con i ricercatori, che intervengono nelle lezioni, che visitano i laboratori e gli uffici e le aule.

Una cosa secondo me molto grave che notiamo di continuo è la discrepanza fra ciò che gli utenti usano (le risorse, i servizi “immediati”) e ciò che gli utenti sanno (chi fornisce risorse e servizi, e a quale prezzo). Il contesto della biblioteca digitale è invisibile, trasparente. Se questo può fare piacere ai sostenitori dell’usabilità, che vedono saltare le mediazioni in favore di un approccio più seamless nella ricerca, si rivela un grande problema per l’immagine della biblioteca, e del suo ruolo strategico: gli utenti non sanno che esiste una biblioteca dietro il servizio che usano. Non sanno che esiste uno staff che cura e predispone quelle collezioni; non sanno che esiste un’amministrazione che paga – salato – per quelle risorse; non sanno che ci sono scelte, dinamiche, politiche e conseguenze dietro quello che appare semplicemente come un pulsante magico – “accedi alla risorsa” – che fino a pochi momenti prima non era lì ma non ci abbiamo fatto caso.

Non lo sanno perché tutto è già presente nel loro computer. Ma che queste cose si sappiano secondo me è fondamentale. Quindi occorre fare tanto marketing, “dire la verità” e indicare che cosa è veramente la biblioteca, che la biblioteca anche se digitale e remota e accessibile significa struttura, e staff, e soldi, e supporto. Significa presenza. Una presenza non più legata all’edificio, e alla sua sala di consultazione, e al suo catalogo, ma resa manifesta dalla persona fisica e dalla sua relazione con l’utente. Una presenza fluida, flessibile e pervasiva. Non sto negando che il supporto e l’interazione possano avvenire digitalmente (tramite i servizi di interazione digitale, i social network, il cosiddetto 2.0, ecc.), ma voglio sottolineare che questa attività è condotta da persone, da nomi e da facce.

Poi certo la biblioteca come luogo fisico è fondamentale se non altro per il significato psicologico che comporta – fisico sociale percettivo culturale ambientale, punto di riferimento anche iconico – ma trasformiamo la biblioteca in qualcosa di presente. Se nell’era dell’accesso andare in biblioteca non serve più, può essere ancora utile fare sì che siano i bibliotecari a muoversi e spostarsi per andare dove ci sono gli utenti, con un portatile sottobraccio, e spiegare queste cose. In questo modo la biblioteca si manifesta dovunque, lì dove c’è l’esperto che la introduce.

Questo tra l’altro si concilia con alcuni punti del recente e discusso post di Seth Godin sul futuro delle biblioteche: l’evoluzione della biblioteca non passa più dalla biblioteca, ma dal bibliotecario, che la anima, la fa vivere, la traduce nella lingua del lettore.

La biblioteca pervasiva

ANADP 2011 and Educational Alignment

La Biblioteca Nazionale Estone ha ospitato in questi 3 giorni il convegno internazionale “Aligning National Approaches to Digital Preservation“. E’ stato un colpo di fortuna che un convegno così importante si sia tenuto proprio qui a casa nostra. Ed è stato forse il convegno più stimolante e utile a cui abbia mai partecipato; non solo per la preparazione e la brillantezza dei partecipanti, o per la densità delle tavole rotonde delle breakout sessions, ma per la presenza, sul palco e fra il pubblico, di grandi istituti internazionali quali Library of Congress o il JISC. Insomma, erano presenti quelli che stanno in prima linea, quelli che prendono le decisioni importanti, mica la fuffa.

ANADP 2011 - original picture by Inge Angevaare
ANADP 2011 ci siamo anche noi! (original picture by Inge Angevaare – follow the link to the original source)

Vorrei raccontare di due interessanti spunti venuti dal Panel 5: Education Alignment, in cui si parlava di educazione, formazione e relazione con il mondo del lavoro, cosa che al nostro gruppo di studenti in prima fila interessava molto vicino.

Il primo spunto viene da Andreas Rauber (Vienna University of Technology), che riflette sui cambiamenti che l’evoluzione digitale richiede ai curricula. Esiste un problema di bilanciamento nei curricula: se per esempio inseriamo nei corsi un po’ di XML, dobbiamo fargli posto togliendolo a qualcosaltro. Oggi nei corsi si studiano ancora materie come legatoria e restauro librario, ma cosa ha a che fare il restauro librario con il digitale? Qual’è l’equivalente, nel mondo digitale, del restauro? Dobbiamo sostituire il 90 % dei corsi attuali con argomenti legati al digitale; non ha senso studiare restauro librario in questo contesto. Dobbiamo inserire nei programmi cose come XML, i file-format, capire le caratteristiche dei formati dei file, dobbiamo capire cos’è un sorgente e cosa fa un compilatore, i linguaggi di programmazioni, i supporti digitali, ecc. Tutto questo deve essere legato alle IT skills, agli aspetti tecnici, non c’è niente da fare. Dall’informatica non si può più sfuggire.

Gli risponde il prof. Howard Besser (New York University), che con grande acume evidenzia due sfumature: le cose che negli anni ’90 venivano insegnate come argomenti di nicchia o specialistici (information retrieval, web searches, ecc.) oggi sono diventate semplicemente “reference“. Si insegnava agli utenti a usare i cataloghi speciali, o i cataloghi elettronici – ma ora si chiamano semplicemente cataloghi e basta. Si insegnava a navigare fra le risorse web, ma ora la navigazione internet è la base dell’alfabetizzazione informatica. Oggi tutti hanno bisogno di queste abilità di base, non più solo alcune figure professionali di esperti. Perché come la tecnologia evolve, quella che prima è una conoscenza specialistica diventa mainstream, viene assimilato nella pratica comune, si fa “normale”.

Naturale corollario è che, dal momento che le abilità (skills) si evolvono, non ha senso che i datori di lavoro richiedano ai propri candiati delle specifiche abilità tecniche. Il 98% dei datori di lavoro non è alla ricerca di “skills”, dal momento che queste mutano rapidamente, ma è alla ricerca di “mindsets”. Le skills richieste non sono necessariamente IT: sono appunto “mindsets“, “dispositions” (carattere, inclinazione, attitudine), “forma mentis“: l’abilità di lavorare in team eterogenei e internazionali, la capacità di cooperare e di coordinare, le qualità di leadership, di problem solving. In generale di tutte le qualità che ruotano intorno alle capacità di comunicazione che sono ancora troppo sottovalutate. Non si tratta di cose che si possono “insegnare” o integrare nei curriculum, e paradossalmente sono l’unica cosa che serve davvero.  (Cosa che per noi studenti DILL è consolante, perché quasi l’unico vantaggio di quello che studiamo consiste in questo tipo di esperienza). Tutto questo è poi racchiuso nel monito di Sheila Corrall: “Education is not Training“. Con “Educazione” intendiamo la base utile per ogni aspetto della professione; con “Training” ci riferiamo all’addestramento specifico e specialistico per un particolare ruolo o funzione.

Breakout session at ANADP 2011
Breakout session at ANADP 2011

Questo ci coinvolge molto da vicino. A questo punto, durante la breakout discussion, ci prendiamo un po’ di spazio. Rasmus dalla sala presenta il nostro programma di master, e suggerisce che le istituzioni dovrebbero prestare molta attenzione a questi corsi – al nostro in particolare che è unico nel suo genere – e dovrebbero guardare a fondazioni come Erasmus Mundus per collaborare a fornire programmi specifici, mirati, spendibili. Rispondendo alle domande interessate dei presenti, spieghiamo il nostro background, il ruolo dei finanziamenti europei e le possibilità formative comprese nel programma.

La mia riflessione, che purtroppo non sono riuscito a condividere (avete presente lo Spirito della Scalinata?) è la seguente. Per creare una relazione di successo fra istituzioni (che hanno bisogno di figure specifiche che spesso non riescono a trovare, come ha ricordato la collega dei National Archives) e gli studenti, che apprendono tanta teoria di cui non sanno che farsene al momento di cercare lavoro, occorre una partecipazione attiva da parte delle istituzioni stesse che non incominci alla fine dei corsi, ma che parta dal loro interno. Attraverso i visiting lecturers e gli stessi tirocinii, le istituzioni dovrebbero visitare le scuole guardando con attenzione agli studenti, incontrandoli, facendo la loro conoscenza, valutandoli già nell’ottica di una prossima integrazione nei loro staff. La mia visione è quella delle scuole di biblioteconomia come campi di reclutamento, in cui i professionisti in visita scovano “giovani talenti”. Le scuole sono lì, quindi per le istituzioni è facile andarle a trovare; e gli studenti possono mettere in mostra le loro abilità da subito, senza arrivare allo spaesamento di quella fase compresa fra il termine degli studi e la ricerca del lavoro.

Infiniti gli stimoli giunti da queste sale gremite di gente schierata in prima linea sui temi della preservazione digitale, compresa la chiacchierata in pausa pranzo con Howard Besser sui temi dell’open access e la suggestiva sintesi conclusiva di Clifford Lynch. Per motivi diversi non ho potuto né voluto tenere un live-blogging, ma si possono trovare in rete alcune tracce interessanti: il blog di Inge Angewaare (http://digitaalduurzaam.blogspot.com/2011/05/finding-ways-to-align-internationally.html e i post seguenti) il blog di Michael Seadle (http://digitalplusresearch.blogspot.com/) e il live-twitter curato dal bravo Matt Schultz (su twitter cercate anche l’hashtag #anadp11).

AGGIORNAMENTO 20/06/2011: il riassunto della giornata si può finalmente trovare sul blog di Inge Angewaare a questo link, insieme a una bella foto del vostro affezionatissimo e a un mio commento che riassume, finalmente in inglese, quanto ho scritto qui sopra.

ANADP 2011 and Educational Alignment

Robert Darnton: 5 miti sull’età dell’informazione

Oggi mi è capitato di leggere un recente articolo di Robert Darnton dal titolo: 5 Myths About the ‘Information Age’. Il titolo mi ha subito incuriosito: so che “miti” vuole spesso dire “preconcetti”, e mi piace quando i preconcetti vengono smontati, perché rivelano la reale complessità sotto la superficie del bla bla mediatico. Come dice Darnton nell’introduzione, “la confusione sulla cosiddetta società dell’informazione ha portato a uno stato di falsa consapevolezza collettiva“. Come a dire: ci stiamo abituando a parlare di cose che non hanno a che fare con la realtà. Di fuffa, insomma.

Secondo Darnton la “fuffa” si riassume in 5 punti essenziali, che mi piace commentare.

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Robert Darnton: 5 miti sull’età dell’informazione

Zombie in biblioteca

Tempo fa parlavo di fumetti, e di quanto poco questo medium straordinario sia stato sfruttato a fini educativi: mi chiedevo soprattutto se ci fosse qualche interessante esperienza dell’impiego del fumetto all’interno delle biblioteche, o della scienza dell’informazione in generale.

Ecco che giusto ieri scopro tramite Linkedin una vera perla: una guida ai servizi della Miller Library del McPherson College (Kansas).

A fumetti.

Con gli zombie!

Il divertentissimo fumetto di 15 pagine (scaricabile da questo link) riprende i temi dello zombie splatter ma anziché ambientarli nel classico ospedale li trasporta nella biblioteca del campus, nella quale due impauriti studenti si rifugiano per essere eruditi da un magro e barbuto bibliotecario (lo so, se fosse stato anche pelato la mia eccitazione sarebbe stata un tantino più incontenibile).

Il bibliotecario della Miller Library (immaginatelo pelato)

Con l’ironia tipica del genere vengono illustrati l’ordinamento delle raccolte secondo la classificazione Dewey, il ruolo degli addetti al reference, la collezione musicale (con una divertente citazione da Shaun of the Dead). Avrei gradito un po’ più di riferimenti alle collezioni digitali, ma riconosco che è più facile decapitare uno zombie con un 33 giri in vinile che con una ricerca su Metalib (sempre a proposito di morti viventi).

Al termine del fumetto sono riepilogate, in maniera appena più discorsiva ma non priva dello stesso tono divertito, informazioni più dettagliate sui servizi: il funzionamento delle collocazioni, come effettuare ricerche efficaci nel catalogo, come cercare i periodici elettronici nelle banche dati online. Notevole anche la lista di piccoli accorgimenti per valutare la qualità di una risorsa online: quel tipo di informazioni bibliografiche pratiche che secondo me sono l’essenza di ciò che deve fornire una biblioteca, così come il flowchart finale per una corretta ricerca bibliografica.

Ammirevole.

P.S.: Ringrazio Rexford Quick per questa chicca.

Zombie in biblioteca