Leggere immagini

“Negli ultimi cento anni l’idea di lettura è stata strettamente collegata al concetto di alfabetizzazione; … imparare a leggere… significava imparare a leggere parole … Ma studi recenti hanno mostrato che la lettura delle parole è solo una parte di un’attività umana molto più ampia che include la decodificazione dei simboli e l’integrazione e organizzazione dei dati… In sostanza la lettura – nel senso più generale del termine – può essere considerata una forma di attività percettiva. Leggere parole è una delle manifestazioni di questa attività, ma ne esistono molte altre: lettura di immagini, mappe, schemi di circuiti elettronici, note musicali…”
(T. Wolf, Reading Reconsidered, in Harvard Educational Review, Fall 1977, citato in W. Eisner, Fumetto e arte sequenziale, 1985. Corsivi miei.)
Del perché oggi l’educazione alle immagini è imprescindibile, e di come la parola alfabetizzazione include molto più che “saper leggere”.
Leggere immagini

Alcune riflessioni sull’Atlante

Riassumo qui tre riflessioni, e una conclusione, proposte dal pubblico durante la presentazione dell’edizione italiana dell’Atlante di Lankes al Salone del Libro, lunedì 12 maggio scorso, in seguito agli interventi mio e di Silvia Franchini. Vi avviso, è un po’ lunghetto.

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Alcune riflessioni sull’Atlante

Bibliotecari pervasivi

A UniTo stiamo facendo una cosa interessante. Con il pretesto di promuovere il nuovo Discovery Tool (TUTTO) stiamo allestendo una serie di banchetti negli atri delle facoltà e nelle sale studio. Qui intercettiamo gli studenti e spieghiamo loro che cos’è TUTTO, come funziona, quali sono i servizi digitali delle biblioteche, come si può accedere al materiale online, ecc. Insomma facciamo promozione e assistenza bibliografica di base, ma più di tutto offriamo una cosa di cui gli studenti hanno disperatamente bisogno: informazione.

Sono moltissimi infatti i ragazzi che, ascoltando la nostra rapida presentazione dei servizi online, reagiscono con “oh, non lo sapevo!”. La loro conoscenza base delle possibilità di ricerca che hanno a disposizione è quasi nulla: i loro docenti non ne parlano quasi mai, e se uno studente non va in biblioteca di sua iniziativa rischia di non essere mai raggiunto da queste informazioni.

Bibliotecari diffusi
Bibliotecario “embedded” all’opera

Questo mi conferma quanto sia indispensabile trovare dei modi per uscire dalla biblioteca e andare incontro alla comunità, in particolare a chi è all’inizio della propria carriera e ha bisogno di apprendere le basi della ricerca bibliografica, e di conoscere da zero i servizi fondamentali offerti dall’Università. Vedremo se si riuscirà a trasformare questo esperimento, nato per esigenze promozionali di un servizio nuovo, in qualcosa di più continuo e istituzionale.

Questo dimostra come realizzare una biblioteca diffusa (o fare gli “embedded librarians”) oggi sia al tempo stesso semplice e necessario. Insomma: si può fare. Bastano un portatile collegato alla rete, sapere di cosa si sta parlando, e la voglia di metterci la faccia e andare incontro agli studenti, ai membri della nostra comunità, a coloro per cui, in fin dei conti, facciamo questo lavoro.

Bibliotecari pervasivi

Darnton sulle biblioteche nell’era digitale

Visto che non ho niente di meglio da fare o da dire, guardate questa bella intervista a Robert Darnton sulle biblioteche nell’era digitale.

È in inglese, e non ci sono (ancora) sottotitoli: se non sapete l’inglese imparatelo. Oppure guardate questo video cento volte di seguito finché non iniziate a capirci qualcosa (la nostra prof di latino ci ha insegnato così).
Nonostante non dica cose nuovissime o sorprendenti, ascoltare e leggere Darnton è cosa buona e giusta, e fa sempre bene alla salute.

(Grazie a Silvia Franchini per questa segnalazione).

Darnton sulle biblioteche nell’era digitale

Lavorare in comunità: risorse umanistiche a UniTo

In questo periodo sto rileggendo l’Atlante di Lankes, e sto assimilando sempre più a fondo il suo concetto radicale della biblioteca come una comunità di membri anziché di utenti: un luogo di continuo dialogo e conversazione nella quale i bibliotecari agiscono come mediatori e “facilitatori” più che come banali e silenziosi gestori. Lungi dall’essere originale e rivoluzionario, il libro espone questo principio con una chiarezza e un’insistenza capaci di affermarlo realmente come un manifesto di una “nuova biblioteconomia”. Poi lo abbiamo già detto, lui ha questa retorica così facilona e trascinante che alla fine tralasci i difetti logici e ti concentri sul principio di base. Fatto sta che ultimamente sto cercando di adottare questa prospettiva nel mio lavoro, per quanto possibile. Ed ecco che qui da noi è successa una bella cosa.

I miei colleghi, insieme ai dipartimenti di Studi umanistici e Filosofia e scienze dell’educazione, hanno avviato un periodo di trial di risorse bibliografiche digitali di ambito umanistico. Cito dal nostro sito: “Circa una ventina di diverse risorse (banche dati, e-books, e-journals) saranno accessibili grazie ad un periodo di prova gratuito in due distinte sessioni di un mese l’una, durante le quali tutti gli utenti potranno esprimere la loro valutazione dei prodotti mediante un questionario online”.

Mercoledì c’è stata la prima giornata di presentazione del progetto (la successiva sarà il 6 novembre) e contrariamente a quanto avviene di solito, non sono stati i bibliotecari a illustrare le funzionalità delle banche dati, ma i ricercatori. Sono stati loro, invitati uno a uno, a presentare le risorse, a farne una breve analisi, a condividere le loro prime impressioni e a invitare a ulteriori prove.

La giornata ha dimostrato quanto sia infinitamente più bello il nostro lavoro quando viene condotto insieme ai destinatari del nostro servizio. Quanto è bello ascoltare i loro commenti, scoprire le loro necessità, osservare il loro modo di lavorare – anche di fronte a quelle piccole ingenuità nell’approccio alla ricerca (il desiderio del full-text a tutti i costi, l’uso casual delle parole chiave, il disorientamento di fronte alle interfacce, ecc.) che solitamente vengono superate proprio grazie a quella non piccola expertise in più offerta dagli stessi bibliotecari. I miei colleghi hanno poi evidenziato quanto sia stato utile ascoltare la presentazione: la raccolta delle varie opinioni fra i presenti in sala è somigliata a un vero e proprio focus group grazie a cui è stato possibile capire più da vicino i bisogni e il punto di vista dei nostri utenti.

A fine giornata abbiamo avuto tutti la sensazione che, in fin dei conti, è molto più facile, produttivo (e aggiungo io: divertente) lavorare insieme ai membri della nostra comunità, anziché semplicemente per loro – o, come succede talvolta, indipendentemente da loro.

Speriamo che si prosegua!

Lavorare in comunità: risorse umanistiche a UniTo