Giovane sarà tuo nonno

I giovani non esistono. Sono una categoria di marketing, creata per isolare (e controllare) un certo gruppo di persone.

Ed è un’etichetta di comodo, perché assolutoria e indulgente.

Giustifica un prendere le distanze, come non volere ammettere le persone allo stesso tavolo.

Giustifica una resa: quando i “vecchi” dicono cose come “è compito dei giovani”, credono di mostrare stima e incoraggiamento, quando invece stanno rifiutando la responsabilità per quello che sono ancora in grado di fare, dimenticandosi che sono ancora lì, presenti e padroni dei propri incarichi, chiamati a fare qualcosa.

Giustifica uno stato di inferiorità: è giusto che guadagnino meno, è giusto che non prendano posizione, è giusto che non abbiano voce in capitolo, perché sono “altro”.

Vorrei che ogni discorso si fondasse su questo. Non esistono giovani. Esistono uomini e donne. Esistono uomini e donne, più o meno esperti. Esistono uomini e donne più o meno esperti di qualche cosa, e più o meno di qualcosaltro.

Io non voglio essere giudicato perché giovane: voglio essere giudicato perché capace (o non capace). La “gioventù” è qualcosa che traspare nell’energia delle azioni e nella freschezza del pensiero, non da altro. Questo va cercato – in ogni età.

Sarà che sono ossessionato dal concetto di età anagrafica; sarà che ho una mentalità antistorica, sarà che prendo ispirazione da Tolkien e da Chesterton; ma non riesco a non essere insofferente per quest’etichetta che viene rivolta anche a me, per quanto spesso in buona fede e da amici cari.

Quando qualcuno mi dice “eh ma tu sei giovane” vorrei rispondergli parafrasando Vittorio Gassman: “giovane sarà tuo nonno!“.

Giovane sarà tuo nonno

Etichette e recinti

Chi mi conosce sa che ho sempre cercato di difendere la distinzione fra contenuto e contenitore, fra servizio e fra fornitore del servizio, fra scopo e strumento. Prima di tutto perché è più efficiente la gestione di entrambi – contenuto e contenitore – quando questi sono separati – e fin qui siamo tutti d’accordo.

Poi per via di un aspetto se vogliamo più concettuale: la piattaforma non deve essere identificata con la sua funzione. A suo tempo, ispirato dalle parole di Dorothea Salo, avevo insistito affinché il Deposito Istituzionale dell’Università di Torino non si chiamasse Dspace, come tutte le installazioni di Dspace allora esistenti, ma venisse battezzato con un nome più personale e slegato al software utilizzato. Questo perché dobbiamo essere liberi di cambiare strumento, quando se ne presentassero di migliori, mantenendo l’identità e l’integrità di quello attuale (un po’ come sta facendo in questi giorni E-Lis, che sta migrando da Eprints a Dspace). Cambiare nome a un servizio intorno al quale cui si costruisce un branding, un’immagine, un percorso di formazione e un insieme di prassi quotidiane, non è il massimo.

Per lo stesso motivo mi dispiace vedere un grande hype intorno a Twitter, come se fosse l’unico e il solo servizio di microblogging esistente. Continue reading “Etichette e recinti”

Etichette e recinti