Di che cosa parliamo quando parliamo di libri (bruciati)

Rileggendo i classici, pratica sana e importante, sono incappato in questo meraviglioso passaggio di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury:

Non sono i libri che vi mancano, ma alcune delle cose che un tempo erano nei libri. Le stesse cose potrebbero essere diffuse e proiettate da radio e televisori. Ma ciò non avviene. No, no, non sono affatto libri le cose che andate cercando. Prendetele dove ancora potete trovarle, in vecchi dischi, e nei vecchi amici; cercatele nella natura e cercatele soprattutto in voi stesso. I libri erano soltanto una specie di veicolo, di ricettacolo in cui riponevamo tutte le cose che temevamo di poter dimenticare. Non c’è nulla di magico, nei libri; la magia sta solo in ciò che essi dicono, nel modo in cui hanno cucito le pezze dell’Universo per mettere insieme così un mantello di cui rivestirci.

Qui c’è tutto quello che ho pensato più volte parlando di supremazia dell’oggetto libro, di libro vs. ebook, di rapporto fra manufatto e conoscenza. I libri sono importanti, sì, ma non sono un oggetto sacro (“non c’è nulla di magico, nei libri“); sono uno dei tanti mezzi con cui trasmettiamo noi stessi – i nostri pensieri, le nostre emozioni, la nostra cultura e conoscenza. Ma sono uno dei tanti e non l’unico (“… in vecchi dischi“). In quanto trasmettitori, sono secondari rispetto al contenuto trasmesso, vengono dopo, come avevo argomentato parlando di carta e messaggeri. E non è nemmeno detto che siano gli oggetti (i manufatti) a essere unici depositari di quella cultura: essa è presente nelle persone prima di tutto (“… nei vecchi amici“, o come vorrebbe Lankes nella comunità: “La comunità è la principale collezione della biblioteca…” eccetera).

La conoscenza, infine – tema che a me piace moltissimo – può essere implicita (“cercatele nella natura e cercatela soprattutto in voi stesso“), quindi da scoprire ogni volta e ogni volta irripetibile e incomunicabile, individuale e personale, la scintilla di connessione intima e autentica fra il soggetto e l’oggetto, e la loro fusione (Zen vs Cartesio, secondo la nota “la filosofia da bar”).

Infine mi piace pubblicare queste riflessioni dopo aver letto le belle parole, candide e ingenue, banalissime ma condivisibili, di questo pezzo di M. Mantellini: Libri di carta e di bit.

Di che cosa parliamo quando parliamo di libri (bruciati)

BiblioTech

Ho finalmente letto BiblioTech di John Palfrey, consigliato dal grande Giulio Blasi.

John Palfrey, BiblioTech, Basic Books 2015
John Palfrey, BiblioTech, Basic Books 2015

Il libro è interessante per il suo punto di vista ampio e globale, cosa di cui c’è veramente bisogno. Spesso ho trovato che si ferma un po’ sulla superficie di alcune banalità e dei più comuni truismi sulle biblioteche di oggi: non è vero che Google rende obsolete le biblioteche; i bibliotecari sono importantissimi; le biblioteche hanno un ruolo fondamentale nell’educazione di una nazione; le biblioteche devono sapere accogliere la sfida del digitale o rischiano di sparire; ecc. Si tratta di cose note e dibattute molto, e non c’è nulla di nuovo per chi è dentro la professione.

In realtà l’opera contiene spunti di riflessione importantissimi, decisivi per poter immaginare la forma delle biblioteche del prossimo futuro. Il punto di vista è naturalmente americano, e Palfrey cita spesso come modello virtuoso la DPLA a cui ha contribuito, ma lo sguardo vuole essere globale, e non mancano riferimenti a modelli di successo europei.

Io personalmente l’ho trovato quasi un manifesto di quello che deve orientare la riflessione sulle biblioteche da qui a oggi.

Annoto qui i punti che ho trovato fondamentali.

  1. Le biblioteche oggi sopravvivono protette da una coltre di nostalgia, di romanticismo, che si rispecchia nelle superficiali risposte ai sondaggi da parte del pubblico e nei ricordi personali del rapporto di ciascuno con il proprio passato di studenti, più che col proprio presente di studiosi o cittadini. La reazione necessaria è quella di creare una “nuova nostalgia“. Come dicevo in un vecchio post, occorre che le biblioteche sappiano adottare nuovi approcci in grado di influenzare il pensiero e le emozioni delle persone attraverso la loro modernità, non la loro Arcadia.
  2. Le biblioteche vivono nella tecnologia e devono evolvere insieme alla tecnologia. Al di là delle trite contrapposizioni fra carta e digitale, quello che deve orientare l’evoluzione è la ricerca e l’adozione di standard e protocolli comuni in grado di trasformare le biblioteche da centri autonomi di raccolta e gestione a nodi di un vasto network informativo. Il modello che Palfrey utilizza a paragone è quello di Internet: non un oggetto in sé, ma una rete di tecnologie integrate, in continua crescita ed evoluzione.
  3. Gli attori di questa rete non possono e non devono essere solo le biblioteche. Non devono essere solo le istituzioni culturali e non-profit. Le aziende, i privati, i consorzi, gli editori, gli autori sono tutti parte in causa nello stesso scenario. Fanno tutti lo stesso mestiere. La collaborazione fra entità diverse, fra campi professionali diversi e fra pubblico e privato è indispensabie. Una contrapposizione conflittuale è sbagliata, oltre che dannosa. È sbagliata proprio da un punto di vista strategico: se la mettiamo sul piano della concorrenza, le biblioteche perdono e gli operatori for-profit vincono. Il risultato sarà che il pubblico godrà comunque di servizi fantastici, ma questi saranno modellati non sull’interesse del pubblico ma su quello, mutevole e parziale, del profitto dell’azienda di turno.
  4. Se le biblioteche non accolgono queste opportunità, rischiano di arrivare fuori tempo massimo. Riusciranno a proporre servizi di successo troppo tardi quando altri avranno già risolto i problemi su cui stiamo lavorando ora. Se le biblioteche non entrano nella mischia, tutto verrà inglobato dai privati con i loro interessi, e tutte le pratiche e i progetti di oggi diventaranno “OBE, overtaken by events”: “ci dispiace, ma non ne abbiamo più bisogno”.
  5. La biblioteca non deve essere più pensata come a un punto di raccolta e smistamente di materiali, ma come una piattaforma. “Libraries should function as nodes in a highly networked digital world rather than as discrete and sometimes even competitive entities.” L’idea della biblioteca come piattaforma viene da David Weinberger.
  6. La parola chiave è “aligning“, allineamento: delle pratiche sulla tecnologia, e delle pratiche sui bisogni.
  7. Palfrey sottolinea in tutto il libro l’importanza dei leader e della loro visione. Questo è il sottotesto che ho apprezzato di più. Come avevo fatto notare è difficile parlare di bibliotecari e biblioteche parlando solo ai bibliotecari. Palfrey capisce che il primo vero destinatario di questo discorso sono i direttori, i politici, gli amministratori: sono quelli che hanno il potere di orientare le pratiche che hanno la responsabilità di avere una visione chiara e allineata. Sono loro ad avere bisogno di questa consapevolezza.

Su questo discorso rimando poi al solito intelligente commento di Laura Testoni, e a una lista di preziosi estratti raccolti dai robot di Andrea Zanni.

BiblioTech

Noleggio, prestito e copia di libri

Il noleggio – o prestito a pagamento – per un periodo variabile da qualche ora a svariate settimane – era una pratica piuttosto diffusa, e costituiva di fatto uno dei canali di propagazione del libro, soprattutto di quello proibito. Spesso il libro veniva tenuto il tempo necessario a trarne una copia, totale o parziale, che poteva essere effettuata sia direttamente da chi aveva avuto il libro, sia rivolgendosi ai molti scrittori che popolavano la città.

(F. Barbierato, “La rovina di Venetia in materia de’ libri proibiti”, Marsilio, 2007)

Queste parole si riferiscono alle pratiche di circolazione dei libri nella Venezia del Seicento. Oppure si riferiscono alla diffusione degli ebook e del prestito digitale nelle biblioteche di oggi.

Come preferite.

Noleggio, prestito e copia di libri

Biscotti, literacy e biblioteche

I cookie, il web

Una legge europea, interpretata dal garante italiano con zelo bizantino, vuole che i siti internet informino esplicitamente gli utenti della presenza dei cookie. Vogliono, in parole povere, che dichiarino l’ovvio.

Questa legge, lo hanno detto in molti, è sciocca. E’ beyond common sense. Non mi interessa commentarla, ma voglio usarla come spunto per un discorso particolare.

Una simile legge è la conferma che la maggior parte delle persone (ahimè, politici in primis) continua a vedere il mondo del web come il vecchio mondo della comunicazione e della pubblicazione: un noi contro loro – da una parte i produttori di conoscenza e informazione, gli editori, gli autori, i giornali, dall’altra i cittadini “normali”, i lettori, i consumatori.

Il web questa cosa l’ha distrutta. Lo ha fatto 25 anni fa e lo ha fatto per design: il web è stato creato per connettere nodi diversi che possono avere tutti la stessa autorità, per comunicare agilmente in maniera *anche* orizzontale.

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Biscotti, literacy e biblioteche

Perché e per cosa (le biblioteche digitali collaborative)

Questo post, che fa seguito al precedente, vuole essere una piccola riflessione riassuntiva di alcune cose dette durante il workshop di Media Library Online “openMLOL. Un portale aperto per biblioteche pubbliche, accademiche, scolastiche”, al convegno delle Stelline. E’ giusto un appunto utile a tenere viva la ricca conversazione, e non è minimamente esaustivo di tutte le cose dette durante la piacevole mattinata.

Nel suo bel libro “How to make sense of any messAbby Covert parla del percorso ideale nel design di un progetto.

Start with Why.

What before How.

How varies widely.

Why What How - Abby Covert
Abby Covert, “How to Make Sense of Any Mess”, 2014

Parafrasando: inizia dal Perché stai facendo questa cosa (scopo, obiettivo). Poi chiediti che Cosa devi fare per raggiungere questo scopo. Infine pensa a Come realizzare questa Cosa (tenendo a mente che c’è più di un modo per farla).

Ogni progetto (lei parla di architettura dell’informazione, ma vale veramente per ogni prodotto, servizio, ricerca) deve partire dal perché: perché lo facciamo, quale scopo vogliamo ottenere. Solo dopo decidiamo che cosa fare (e se fare qualcosa).

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Perché e per cosa (le biblioteche digitali collaborative)