Robert Darnton: 5 miti sull’età dell’informazione

Oggi mi è capitato di leggere un recente articolo di Robert Darnton dal titolo: 5 Myths About the ‘Information Age’. Il titolo mi ha subito incuriosito: so che “miti” vuole spesso dire “preconcetti”, e mi piace quando i preconcetti vengono smontati, perché rivelano la reale complessità sotto la superficie del bla bla mediatico. Come dice Darnton nell’introduzione, “la confusione sulla cosiddetta società dell’informazione ha portato a uno stato di falsa consapevolezza collettiva“. Come a dire: ci stiamo abituando a parlare di cose che non hanno a che fare con la realtà. Di fuffa, insomma.

Secondo Darnton la “fuffa” si riassume in 5 punti essenziali, che mi piace commentare.

  1. Il libro è morto. I libri sono già in fase di estinzione soppiantati dall’informazione fruita in modo digitale. Darnton obietta che in realtà di libri se ne continuano a stampare sempre più di prima. Questo è forse l’unica argomentazione su cui non sono completamente d’accordo, perché stampare più libri non significa non produrre al tempo stesso documenti digitali. Inoltre la tecnologia degli e-book sta dando solo ora i primi vagiti, siamo ancora in attesa che parli con voce adulta. Occorre secondo me capire che cosa intendiamo per libri. La letteratura di intrattenimento, i romanzi, la saggistica, i tascabili, la letteratura scientifica, le idee regalo, i fumetti, le strenne, sono libri allo stesso modo? Avranno destini digitali diversi? Io sono convinto di sì, e come tale il libro in sé non morirà mai, ma alcuni libri moriranno presto, e forse senza lasciare rimpianti.
  2. Viviamo nell’era dell’informazione. Darnton di queste affermazioni se la ride, “come se l’informazione non fosse mai esistita in epoche precedenti”. Non c’è dubbio che l’era del digitale comporta un’esplosione di information overload, ma “ogni era è un’era dell’informazione, ciascuna a suo modo a seconda dei mezzi disponibili”. Darnton propone un’ottica di continuità e di evoluzione più che di rottura. Ho fatto spesso questo discorso, solitamente parlando di tecnologia e penne a sfera.
  3. Tutta l’informazione è disponibile online. Lo si dice spesso, ma per faciloneria, come per evitare il problema, come per dire “non c’è più niente da fare”. Ma quale informazione esattamente è disponibile online? E quanta? L’informazione enciclopedica, forse, nella sua quasi totalità. Ma “chiunque abbia fatto ricerca in un archivio vede l’ovvietà di questa affermazione. Solo una minuscola frazione dei documenti di archivio è stata letta o digitalizzata”. Ma poiché questa affermazione è semplicemente falsa, per quanto comoda, faremmo bene a liberarcene, e a lavorare sulle cose come stanno veramente; o perlomeno dovremmo saper distinguere, ed essere meno estremisti ed approssimativi. Tra l’altro, questa “scorciatoia” mi ricorda un altro preconcetto analogo, secondo il quale “tutti i lavori di ricerca in fisica sono disponibili ad accesso aperto“: un’altra considerazione comoda da usare, ma purtroppo non corrispondente al vero. La realtà – mannaggia – è un po’ più complicata.
  4. Le biblioteche sono obsolete. Così come le conosciamo, o come gli stereotipi ci portano a immaginarle, senz’altro. Ma le biblioteche sono (devono essere) molto più di come spesso le conosciamo, o di come gli sterotipi ci hanno abituato a immaginarle. “Le biblioteche non sono mai state solo dei depositi di libri”, ma sono un luogo sociale, in cui – fra le altre cose – personale esperto offre assistenza agli utenti. Insomma: le biblioteche sono obsolete (ripeto: così come le conosciamo) ma i bibliotecari no! 😀 Questo è forse il concetto su cui mi piace insistere maggiormente. In questi giorni al master ci stiamo occupando di Information Literacy, e sono convinto che il bibliotecario debba essere il punto di riferimento dell’Alfabetizzazione Informativa. E’ forse vero che, per citare Virginia Gentilini, esiste una “massa di persone che di ricerche approfondite apparentemente ne fa, ma che dei bibliotecari non pare avere alcun bisogno“: questo è vero anche perché, in generale, l’Information Literacy è piuttosto avanzata specialmente in certi paesi e certi contesti. A me in realtà piacerebbe insistere sul fatto che l’alfabetizzazione informativa non copre il 100% della popolazione, e che converrebbe lavorare, e molto, sulle ancora molto diffuse zone d’ombra – e lavorare combattendo i pregiudizi e le facilonerie di cui al punto 3. Ma tornando al ruolo attivo dei bibliotecari, nel mondo “inconsistente” delle risorse digitali, l’unica cosa legata al qui e ora è il rapporto – umano – fra l’utente che ha bisogno di un'”informazione” (usiamo per un attimo questo termine generico e astratto, a mo’ di segnaposto) e l’esperto che lo conduce ad essa. Gli strumenti non sono il fine ma un mezzo, e al loro utilizzo si può essere addestrati, e deve esistere un gruppo professionale di esperti in grado di farlo. Attenzione, non sto dicendo che i bibliotecari sono esperti: molto spesso la rovina dell’immagine delle biblioteche è causa di certe persone non qualificate (e di chi le ha messe lì dove sono); sto dicendo che questa è l’idea di bibliotecario su cui dobbiamo lavorare e che dobbiamo plasmare. Le biblioteche non saranno mai obsolete se chi le anima riesce a tenere il passo dei tempi, riflettendo con criterio su queste considerazioni.
  5. Il futuro è digitale. Vero, fin troppo facile; tuttavia “la prevalenza della comunicazione elettronica non significa che il materiale a stampa smetterà di avere una qualche importanza”; un’importanza difficile da circoscrivere o prevedere, ma va da sé. Vale quanto detto per il punto 1: tutto vero, ma di quale futuro stiamo parlando? Di quali materiali? Di quali contesti? Dobbiamo contestualizzare la riflessioni, e lasciare che siano le analisi a suggerire le previsioni. D’altra parte che il futuro sia digitale è ovvio, ma è una frase che non vuol dire niente. Le “previsioni del futuro” non hanno mai senso. E su questo c’è poco da aggiungere, se non citare, a mo’ d’esempio, un recente tweet di Rex Quick, a proposito di Blade Runner e i quotidiani.

Mi piace Darnton. Sarò conservatore, ma mi piacciono le persone erudite, che leggono dieci libri prima di scrivere una sola frase, e si contrappongono ai “guru” che vanno avanti a proclami, agli hipster dell’età dell’informazione, ai testimonial della fuffa. Mi piace la cultura che sta dietro a queste riflessioni. Ad esempio apprezzo le riflessioni offerte dalla storia del libro e della lettura, che mostrano come la frammentarietà della comunicazione digitale (ad es. il microblogging, o il reblogging) non sia una grande novità se paragonata a certe abitudini del 16° secolo. Spesso l’erudizione si esprime in un tronfio misoneismo, si traduce in noia boriosa, ma non in questo caso. Il suo intento, per come la vedo io, non è minimizzare la portata del cambiamento, quanto ridimensionare l’hype, l’isterismo dettato dalle mode. Può sembrare una cautela eccessiva o conservatrice, ma in realtà non è altro che un punto di vista saldo ed equilibrato sull’evoluzione delle cose, costruito riflettendo su basi più ampie, dando il peso alle parole.

I mention these misconceptions because I think they stand in the way of understanding shifts in the information environment. They make the changes appear too dramatic. They present things ahistorically and in sharp contrasts—before and after, either/or, black and white. A more nuanced view would reject the common notion that old books and e-books occupy opposite and antagonistic extremes on a technological spectrum.

 

Robert Darnton: 5 miti sull’età dell’informazione

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