Tentativi di Embedded Librarianship

Delle peculiarità della biblioteca dove lavoro avevo già parlato: nonostante le velleità accademiche, il Defense College è un’istituzione che richiede un approccio da biblioteca speciale e non da biblioteca accademica. L’information literacy è molto scarsa, e la breve permanenza degli studenti – in maggioranza estranei per background o carriera al mondo accademico – non permette di effettuare sessioni di formazione efficienti.

Questo ambiente tuttavia è il terreno ideale per la pratica della cosiddetta embedded librarianship, o come piace chiamarla a me, biblioteca diffusa.

Seguendo i consigli degli studiosi e praticanti di Embedded Librarianship [1] ho convinto i miei colleghi a formalizzare gli incontri fra bibliotecari e utenti al di fuori della biblioteca. [2]. È proprio Shumaker che spiega come sono i contesti piccoli e specialistici a richiedere maggiormente questo approccio, e il Defense College sembra rispondere perfettamente alla definizione. Tutto infatti è reso possibile dalle proporzioni del contesto: siamo 3 bilbiotecari per circa 60-70 utenti, quindi immaginate facilmente la fattibilità della cosa.

Da circa un anno ho spinto per adottare, all’avvio di ogni corso, un approccio di tipo embedded. I nostri corsisti sono divisi in gruppi di lavoro detti “comitati”. Anche questa volta, ciascun bibliotecario ha “adottato” due o tre comitati, impegnandosi a essere il loro bibliotecario di riferimento. Poi abbiamo iniziato a frequentare le discussioni interne con le quali ogni team imposta il lavoro di ricerca (che da noi è un lavoro collettivo, in quanto esercizio di consensus building). Queste discussioni finora erano sempre state riservate agli studenti: per la prima volta noi abbiamo invece potuto assistere ai loro brainstorming e all’impostazione del loro studio.

Fin da subito questo ci ha permesso di allinearci con il loro percorso mentale, e quindi guadagnare una posizione di vantaggio che ci permettesse di anticipare i loro bisogni informativi.

Ad esempio abbiamo potuto annotare le principali parole chiave con cui circoscrivere l’area di ricerca, avvertendo al tempo stesso quali avrebbero fornito i migliori risultati e quali avrebbero richiesto ulteriori filtri. Siamo stati noi bibliotecari a elaborare per ciascuno la famosa domanda di reference, traducendo sul momento le loro necessità informative, anziché dover ricorrere alla classica “intervista di reference”, che spesso si trasforma in un imbarazzante balletto degli equivoci al bancone della biblioteca. Abbiamo potuto dare dei consigli immediati, come ad esempio indirizzare verso risorse di riferimento specifiche. Insomma, abbiamo potuto raccogliere del materiale per offrire un servizio non semplicemente reattivo (lo studente ci chiede un’informazione, noi gliela cerchiamo) ma anticipatorio (noi abbiamo tempo per documentarci, e quindi fornire le informazioni ogni volta più adeguate).

Questo approccio fa sì che il supporto della biblioteca al corsista non sia generalizzato e vago (ad es.: come si usa un database, che è un’istruzione che ha un valore astratto e spesso non risulta efficace) ma più accurato e concreto (ad es.: per il tipo di lavoro che stai facendo, segui questa strada).

Una delle cose più interessanti dell’osservare gli studenti al lavoro mentre preparano la loro ricerca è vedere come ogni gruppo ha un approccio completamente diverso – alla distribuzione dei ruoli e dei compiti, alla ricerca bibliografica, al rapporto con i tutor, i mentor e i bibliotecari stessi. Per questo la personalizzazione non è solo un discorso di efficacia, ma si rivela l’unico mezzo in grado di adeguarsi a una situazione reale e non astratta, da manuale di biblioteconomia.

Non secondario è l’aspetto umano e sociale del rapporto: entrando direttamente nella stanza del comitato, gli studenti vedono finalmente il bibliotecario quasi come uno di loro, e non come un attore esterno da contattare solamente nel momento del bisogno. Questo crea una familiarità – quando non una vera e propria amicizia in alcuni casi – che rende più semplice, fluido e piacevole ogni scambio informativo che seguirà.

Durante i corsi precedenti il processo si era limitato a un primo incontro esterno alla biblioteca, seguito da diversi incontri personali in biblioteca, a seconda dei bisogni di ciascun utente. Quest’anno prevediamo un numero maggiore di interventi esterni – nelle loro stanze – quindi una compresenza più continuativa. In questo modo, lentamente, potremmo realizzare quello che Shumaker individua come la fase di piena completezza del rapporto Embedded, ovvero la vera e propria integrazione del bibliotecario nel team di ricerca, e la trasformazione del ruolo della bilbioteca da quello di semplice servizio a quello di vera partnership.

I 4 livelli del servizio Embedded
I 4 livelli del servizio Embedded (fonte: Shumaker, 2012)

P.S. Fun Fact. È ironico che il termine embedded librarian sia il calco di un concetto nato proprio in ambito militare: embedded journalists sono quei giornalisti che lavorano dall’interno delle forze impiegate sul campo, godendo di un punto di vista più rischioso ma più efficace (v. https://en.wikipedia.org/wiki/Embedded_journalism).

[1] Uno per tutti David Shumaker, curatore del blog “The Embedded Librarian” e autore di un volume sul tema: Shumaker, David. The Embedded Librarian: Innovative Strategies for Taking Knowledge Where It’s Needed. Medford, NJ: Information Today, 2012.

[2] Non tutti purtroppo: c’è chi ritiene che gli utenti non vadano aiutati, e preferisce catalogare a mano, uno per uno, gli articoli degli e-journal.

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