Presentazione dell’Atlante – il punto di vista del bibliotecario

Pubblico qui l’intervento che Silvia Franchini ha tenuto al Salone del Libro 2014 per la presentazione dell’edizione italiana dell’Atlante di David Lankes. Silvia lavora alla Biblioteca comunale di Albino (BG) – Sistema Bibliotecario Valle Seriana.

Sono una bibliotecaria pubblica e da anni mi occupo dello sviluppo delle collezioni, sia tradizionali che digitali, sia per la mia biblioteca che per il mio sistema bibliotecario.

Le riflessioni ed osservazioni che condividerò con voi oggi nascono dalla mia esperienza lavorativa in una biblioteca pubblica, una biblioteca che per sua natura serve una comunità estremamente variegata dal punto di vista demografico, una tipologia di biblioteca che spesso intercetta per prima i molteplici bisogni della sua comunità anche se non sempre riesce a dare risposte soddisfacenti.

Si tratta quindi di considerazioni che riflettono quel punto di vista.

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Presentazione dell’Atlante – il punto di vista del bibliotecario

Giovane sarà tuo nonno

I giovani non esistono. Sono una categoria di marketing, creata per isolare (e controllare) un certo gruppo di persone.

Ed è un’etichetta di comodo, perché assolutoria e indulgente.

Giustifica un prendere le distanze, come non volere ammettere le persone allo stesso tavolo.

Giustifica una resa: quando i “vecchi” dicono cose come “è compito dei giovani”, credono di mostrare stima e incoraggiamento, quando invece stanno rifiutando la responsabilità per quello che sono ancora in grado di fare, dimenticandosi che sono ancora lì, presenti e padroni dei propri incarichi, chiamati a fare qualcosa.

Giustifica uno stato di inferiorità: è giusto che guadagnino meno, è giusto che non prendano posizione, è giusto che non abbiano voce in capitolo, perché sono “altro”.

Vorrei che ogni discorso si fondasse su questo. Non esistono giovani. Esistono uomini e donne. Esistono uomini e donne, più o meno esperti. Esistono uomini e donne più o meno esperti di qualche cosa, e più o meno di qualcosaltro.

Io non voglio essere giudicato perché giovane: voglio essere giudicato perché capace (o non capace). La “gioventù” è qualcosa che traspare nell’energia delle azioni e nella freschezza del pensiero, non da altro. Questo va cercato – in ogni età.

Sarà che sono ossessionato dal concetto di età anagrafica; sarà che ho una mentalità antistorica, sarà che prendo ispirazione da Tolkien e da Chesterton; ma non riesco a non essere insofferente per quest’etichetta che viene rivolta anche a me, per quanto spesso in buona fede e da amici cari.

Quando qualcuno mi dice “eh ma tu sei giovane” vorrei rispondergli parafrasando Vittorio Gassman: “giovane sarà tuo nonno!“.

Giovane sarà tuo nonno

Sfumature di grigio

50 shades of Sasha Grey
50 shades of Sasha Grey

Non è che volessi a tutti i costi dire la mia sul fenomeno letterario-editoriale-dicostume dell’estate, ma visto che altri lo hanno fatto voglio approfittarne.

Voglio approfittare del fenomeno 50 shades of grey per piantare il mio chiodo sulla bara dell’equazione libri = cultura.

Che cos’è 50 shades of grey? Una stronzata! diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. 50 shades of grey è un libro.

Non l’ho (ancora) letto. Ma dai passi condivisi online, e dai commenti, si capisce che è scritto male, senza capo né coda, risibile sotto ogni punto di vista. È risibile nei confronti della letteratura di svago, nei confronti della letteratura di costume, nei confronti della letteratura erotica, nei confronti della pornografia.

Ma visto che esiste – è lì – le biblioteche lo comprano per darlo a disposizione della comunità. E fanno bene. Magari lo fanno nonostante abbiano escluso dalle collezioni Manara o Kawabata, ma non è di questo che voglio parlare. Il fatto è che nelle biblioteche c’è anche questo libro. E quando si dice che le biblioteche conservano la cultura, e vanno promosse e difese perché i libri sono sacri e leggere è molto importante, bisognerebbe ricordare che anche questo è un libro.

Ma di nuovo, non è nemmeno questo il punto. Il punto è che per leggere questa roba qua non c’è bisogno di un libro. C’è già tutto su internet. Questo genere di letteratura è già presente online in migliaia di forme e varianti, scritta da 50mila autori anonimi e non, gratuita, in continua crescita, in mille sottogeneri e mille stili diversi. E in genere è scritta meglio. E comunque è gratis. E più divertente, perché non ha pretese “di costume”.

50 shades of grey è un libro che arriva molto tardi in un mondo – chiamiamolo “narrativa erotica amatoriale” – che se l’è cavata sempre benissimo senza bisogno di libri, grazie mille. È la dimostrazione che l’online in molti campi ha già superato l’editoria cartacea con un giro di distacco. È una banale operazione commerciale che in un minuto fa cadere per terra tutti gli stupidi poster READ dalle pareti delle biblioteche pubbliche di tutto il mondo.

 

Sfumature di grigio

Carta

.book by Barbara Piancastelli (source Flickr - CC-BY-NC-SA)

Quest’estate passeggiavo per i paesini dell’Appennino Bolognese con un’amica pittrice, e lei mi parlava del suo amore per la materia, il contatto fisico con essa, il lavoro manuale e la creatività artistica che ne può scaturire. Lei studiava come riprodurre la matericità delle cose – le texture delle pietre, gli aloni delle carte, le venature dei legni – attraverso la pittura. Per questo ho approfittato delle mie (ahimè poche) conoscenze bibliologiche per spiegarle i diversi tipi di carta impiegati lungo la storia del libro, dalla pergamena alla carta di stracci, fino alla carta industriale dei tascabili Gallimard che ingiallisce e si sgretola dietro i vetri della BNF. A un certo punto, lei ha commentato il suo interesse per la questione con una frase che mi aspettavo, ma che è comunque riuscita a spiazzarmi. Ha detto: “questa attenzione per la carta come materiale diventa sempre più importante, perché la carta, se ci pensi, è qualcosa che oggi giorno i nuovi strumenti di lettura digitale ci stanno togliendo“.

Visto che la mia vita è dominata dallo Spirito della Scalinata, mi tocca scrivere qui quello che avrei voluto risponderle, per dare una luce più ampia alla questione e trasformare la paura di povertà nella meraviglia della possibilità.

Il fatto è questo. L’amore che abbiamo per la carta – e per i libri, e per il loro odore, e per le macchie di giallo che si formano con il tempo quando li dimentichi al sole – deriva dal fatto che per secoli è stata il mezzo con cui abbiamo trasportato le parole e i pensieri che ci hanno fatto vivere. Le poesie e i romanzi, la scienza e la filosofia. Hanno vissuto sulla carta e ce li siamo passati di mano con la carta. Ma la carta è un messaggero, non è il messaggio. Noi la amiamo per quello che ha trasportato, non per la sua natura in sé. Questo significato lo abbiamo aggiunto noi attraverso l’uso che ne abbiamo fatto, non era intrinseco nella sua natura. Ma sarebbe sbagliato dimenticare il messaggio per il messaggero.

Oggi a trasportare questi messaggi ci sono altri messaggeri. Ci sono i bit, gli e-book reader, i network. Ci sono libri codificati nel DNA. Ci sono nuovi modi per creare e condividere questi messaggi. È più brutto? No. È meno “fisico” e materiale? Sì, a meno di non riuscire a comprendere tangibilmente il digitale (lo so, la fantascienza tutta si sta bagnando a solo leggere queste mie righe). È qualcosa che ci impoverisce? No – non solo perché la carta non morirà mai (anche se dovesse vivere solo nella pittura della mia amica, o nelle lettere d’amore, o nei paralumi cinesi) ma soprattutto perché, come direbbe Feynman, tutto questo “non sottrae” niente. (Parafrasando il fisico, mi viene da chiedermi che razza di scrittori sono questi, che riescono a immaginare il mondo come una grande biblioteca, ma non riescono a immaginarlo come un’immensa rete di connessioni digitali?)

E, soprattutto, perché quello che conta veramente è il messaggio, non il messaggero. Impareremo ad amare anche questi messaggeri. Impareremo a creare una filìa anche del digitale. Ci saranno dei Borges che ne scriveranno, edificando mondi e suscitando suggestioni.

The Doctor in the (digital) library
P.S.: questo post si collega lateralmente a un tema discusso sul blog di Virginia Gentilini, a cui voleva essere un commento.

P.P.S.: visto che niente avviene per caso, ieri sera mi è capitato di vedere una delle più belle puntate del Doctor WhoSilence in the Library – in cui non solo la biblioteca ritorna a essere metafora dell’universo, ma questa metafora include la persistenza digitale dei ricordi, dei pensieri, delle anime. L’episodio non è recente, ma credo che sia la prima volta che trovo una rappresentazione popolare così efficace e toccante della biblioteca digitale. La mia anima nerd e quella bibliotecaria, grazie al Dottore, si sono prese per mano e si sono commosse.

Carta

Tesi!

E così, l’altro ieri ho consegnato la mia tesi di master. Ragazzi. È fatta, finita, il grande viaggio è compiuto. Il titolo finale, come si conviene, è altisonante: “Reference Management Software as Digital Libraries: a survey at the University of Torino“. L’idea mi è venuta da un post di Lorcan Dempsey, e ho pensato che si sposasse bene con il master.

La tesi si potrà scaricare dai depositi istituzionali di Oslo e Parma: pubblicherò i link appena disponibili. Ovviamente spero di riuscire a ricavarne un articolo, magari per Jlis, o sicuramente per una rivista open access.

Che io sappia si tratta dei primi studi di questo genere fatti su questo argomento e la cosa mi rende fiero. Nel prossimo post anticiperò i risultati. L’oggetto della ricerca è analogo al mio studio fatto a Tallinn, ma molto più curato e approfondito: un questionario generico simile a quello di Tallinn è stato arricchito e interpretato grazie a 13 interviste.

Le interviste sono state la parte più interessante, divertente, eccitante dell’intera ricerca. Andare su e giù per Torino (grazie ToBike!) a incontrare i ricercatori, entrare nei loro studi, e parlare faccia a faccia del loro lavoro, delle loro difficoltà, delle loro esigenze è stato bellissimo. Una cosa che andrebbe fatta più spesso, e che è imprescindibile dal nostro lavoro. Voglio dire: noi lavoriamo per queste persone, non possiamo ignorare quello che fanno, come lo vivono, quello che si aspettano. Mi sono trovato di fronte 13 persone molto disponibili, ma molto diverse come approccio e visione. Da alcune mi sono venute banalità agghiaccianti (totale ignoranza dei servizi a disposizione, delle possibilità tecniche, degli sforzi fatti dall’ateneo). Da altri invece mi sono arrivate parole meravigliose. Ne cito alcune, per dare aria fresca alle nostre giornate: Continue reading “Tesi!”

Tesi!