Atlanti

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Classificazione: Grossi libri blu – Atlanti

Le biblioteche hanno una vita propria, e a volte fanno connessioni strane. Ad esempio, mentre scrivo sul mio tavolo accanto a me si è creata questa pila.

Lunedì 12 sarò al Salone del Libro di Torino a presentare l’edizione italiana dell’Atlante delle Biblioteconomia Moderna di David Lankes. L’incontro sarà a cura di AIB Piemonte e Editrice Bibliografica. Con me ci sarà Silvia Franchini, e avremo David Lankes in collegamento Skype.

L’appuntamento è alle 16.30, in Sala Professionali.

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Metterci la faccia

Campagna associazioni AIB: bibliotecari certificati
We’re librarians, bitch!

Per pubblicizzare la nuova campagna associazioni l’AIB ha deciso di usare il banner che vedete qui sopra. Quando avete finito di ridere vi spiego 😀

Fatto? Bene, torniamo seri. C’è un motivo molto semplice per cui ho accettato di “prestare il mio volto” a questa simpatica idea. Ve lo spiego raccontandovi un altro fatto analogo.

Qui a UniTo abbiamo lanciato pubblicamente il nuovo servizio di Discovery, TUTTO. Abbiamo deciso di associare al servizio un sistema di live-chat per interagire in tempo reale con gli utenti e fornire informazioni e supporto. Ho insistito affinché gli operatori non comparissero online in maniera anonima, ma fossero identificati da una loro foto.

Live-chat help service
Tipo così.

Le due scelte sono collegate, e partono dalla stessa motivazione. Non è perché sono un vanesio narcisista (non solo almeno). Ma perché sono convinto che la nostra professione, che richiede mediazione e interazione con le comuntà in cerca di informazione, esige che noi agiamo da persone con persone.

Non possiamo più giustificarci dietro la timidezza e nasconderci dietro a un bancone o peggio imboscarci dentro un deposito. Altrimenti non stupiamoci se il mondo continua a perpetuare lo stereotipo del bibliotecario socialmente inadeguato, della zitella noiosa, del nerd che passa il tempo a leggere tanti libri. Ecco, basta.

La nostra professione è sociale. Per dimostrarlo, e per superare gli stereotipi, c’è un modo molto semplice: metterci la faccia. Non è di certo l’unico modo, né il migliore. Ma sono certo che l’ultima cosa che davvero dobbiamo fare è nasconderci dietro l’alibi dell’imbarazzo, come quei colleghi che non osano parlare al microfono per fare una domanda a un convegno. E guarire dall’imbarazzo, come suggerisce anche Aaron Swartz, sarebbe davvero un enorme passo in avanti.

P.S.: un grazie a Agnese Cargini e Lucia Antonelli per la simpatica iniziativa 🙂

Metterci la faccia

Giovane sarà tuo nonno

I giovani non esistono. Sono una categoria di marketing, creata per isolare (e controllare) un certo gruppo di persone.

Ed è un’etichetta di comodo, perché assolutoria e indulgente.

Giustifica un prendere le distanze, come non volere ammettere le persone allo stesso tavolo.

Giustifica una resa: quando i “vecchi” dicono cose come “è compito dei giovani”, credono di mostrare stima e incoraggiamento, quando invece stanno rifiutando la responsabilità per quello che sono ancora in grado di fare, dimenticandosi che sono ancora lì, presenti e padroni dei propri incarichi, chiamati a fare qualcosa.

Giustifica uno stato di inferiorità: è giusto che guadagnino meno, è giusto che non prendano posizione, è giusto che non abbiano voce in capitolo, perché sono “altro”.

Vorrei che ogni discorso si fondasse su questo. Non esistono giovani. Esistono uomini e donne. Esistono uomini e donne, più o meno esperti. Esistono uomini e donne più o meno esperti di qualche cosa, e più o meno di qualcosaltro.

Io non voglio essere giudicato perché giovane: voglio essere giudicato perché capace (o non capace). La “gioventù” è qualcosa che traspare nell’energia delle azioni e nella freschezza del pensiero, non da altro. Questo va cercato – in ogni età.

Sarà che sono ossessionato dal concetto di età anagrafica; sarà che ho una mentalità antistorica, sarà che prendo ispirazione da Tolkien e da Chesterton; ma non riesco a non essere insofferente per quest’etichetta che viene rivolta anche a me, per quanto spesso in buona fede e da amici cari.

Quando qualcuno mi dice “eh ma tu sei giovane” vorrei rispondergli parafrasando Vittorio Gassman: “giovane sarà tuo nonno!“.

Giovane sarà tuo nonno

Un bambino nello spazio

Quando ero bambino la scuola ci portò a vedere uno spettacolo teatrale. Non ricordo il titolo ma parlava di due ragazzi, fratello e sorella, che facevano amicizia con un buffo alieno di nome Wilko precipitato sulla terra. Wilko aveva le fattezze di un simpatico topone, e veniva dal pianeta di Wilkonia. I due ragazzi, appassionati di astronomia, dopo diverse peripezie lo aiutarono a ritornare a casa.

Lo staff dello spettacolo venne a trovarci a scuola, e ci parlò a lungo di Wilkonia. Ci fecero fare laboratori, disegni, ci fecero raccontare storie e creare cartelloni giganti, il tutto perché, ci dissero, al termine di questa preparazione saremmo saliti a bordo di un razzo che ci avrebbe portati su Wilkonia. Avremmo incontrato Wilko e i suoi simili!

Io non credevo alle mie orecchie. Mentre uscivamo dalla stanza, in fila mentre gli attori distribuivano a ciascuno un passaporto spaziale, io non riuscivo a contenere la mia gioia. Tutto tremante scuotevo i miei compagni dicendo: “ma ci credi? Andiamo nello spazio! Che bello!”. Ero felicissimo, perché ero anch’io un bambino appassionato di stelle, come può esserlo un ragazzino di 7 anni.

Quando giunse il momento, gli attori ordinarono le sedie su due file disposte frontalmente, e uno per uno ci fecero salire sul “razzo”. Ci dissero di tenerci stretti, perché il decollo sarebbe stato turbolento. Il capitano chiuse l’invisibile porta. Gli attori fecero un po’ di rumore, invitandoci a seguire con il corpo i movimento del razzo. Infine il capitano annunciò l’avvenuto atterraggio, e ci diede il permesso di iniziare lo sbarco. Ci alzammo dalle sedie, e ci disperdemmo nella sala in cui si svolgeva il laboratorio.

Ero perplesso. Era stata una prova del lancio, come fanno gli astronauti quando usano i simulatori per addestrarsi al volo nello spazio? In effetti non avevamo indossato tute, né caschi. E del cielo stellato non avevamo visto nemmeno una foto. Guardavo i miei compagni ma non trovavo sui loro volti analoghe tracce di disappunto o stupore. Possibile che non si rendessero conto che qualcosa non andava? Ci avviammo verso l’uscita, di nuovo in fila indiana. Davanti alla porta una delle attrici ci timbrava il passaporto, dandoci il benvenuto sul pianeta. Quando arrivò il mio turno osai chiedere: “Quand’è che andiamo su Wilkonia?”. “Siamo già arrivati!” mi rispose lei timbrando il cartoncino, con un entusiasmo sospettosamente fuori luogo per un semplice addetto della dogana spaziale. “Ma io intendevo per davvero”, volli aggiungere. La fila andò avanti.

Fu a questo punto che capii che nello spazio non ci saremmo mai andati, e che di Wilkonia, che probabilmente nemmeno esisteva, sarebbe rimasto solo qualche nostro disegno su cartelloni giganti. Pensai che non era stato carino da parte loro fare finta che una fila di sedie fosse un razzo spaziale che ci avrebbe portati nello spazio quando in realtà non si era mosso dalla sala. E lo stupido passaporto di cartone con il timbro del topo? Un inutile elemento di scena.

Ricordo ancora la delusione per quella promessa non mantenuta. Degli attori non ci si deve fidare, ma ero piccolo e non lo sapevo (in realtà un altro attore sarebbe venuto in quella stessa scuola a dirci che gli attori sono degli ingannatori, ma questa è un’altra storia). Non esistevano scuse: io ero un bambino a cui era stato negato lo spazio.

Ma ora sono cresciuto. Sono grande, sono un uomo. E sono pronto a riprendermi la promessa che mi è stata tolta. A marzo mi imbarco sul Monitor Celestra.

Monitor Celestra
Monitor Celestra
(Dedicato alla Leggenda, da parte del Giocante)
Un bambino nello spazio