Tentativi di Embedded Librarianship

Delle peculiarità della biblioteca dove lavoro avevo già parlato: nonostante le velleità accademiche, il Defense College è un’istituzione che richiede un approccio da biblioteca speciale e non da biblioteca accademica. L’information literacy è molto scarsa, e la breve permanenza degli studenti – in maggioranza estranei per background o carriera al mondo accademico – non permette di effettuare sessioni di formazione efficienti.

Questo ambiente tuttavia è il terreno ideale per la pratica della cosiddetta embedded librarianship, o come piace chiamarla a me, biblioteca diffusa.

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Tentativi di Embedded Librarianship

Comunicazione facile

L’idea mi era già saltata in testa ai tempi del mio tirocinio al CERN, quando si era pensato di utilizzare Scala – il software di presentazione usato dai monitor diffusi nei vari locali dell’istituto. Insieme alle informazioni sulle lezioni, gli eventi, le ricerche, le visite ufficiali, gli schermi avrebbero potuto mostrare informazioni sulla biblioteca: ultimi arrivi, libri che vanno e vengono dal prestito, nuovi servizi. Con un po’ di creatività, avremmo potuto fare come la biblioteca di Seattle, i cui schermi mostravano in tempo reale un feed delle ricerche che venivano fatte sull’Opac – una figata assurda se volete che ve lo dica – ma non esageriamo. Un qualsiasi tipo di comunicazione che andasse al di fuori della biblioteca e sfruttasse quel poco di tecnologia diffusa, sarebbe stata già un’idea molto apprezzabile.

È così che al College ho fatto questa cosa qua:

College ScreensSemplicemente, quando compriamo dei libri nuovi, ne diamo notizia sugli schermi che, in giro per la scuola, informano sugli orari delle lezioni, gli eventi da seguire, gli ospiti ufficiali in arrivo. Anziché limitarsi ad allestire lo scaffale dei nuovi arrivi all’ingresso della biblioteca, facciamo vedere i nuovi acquisti nei corridoi e davanti alle aule dove i corsisti e lo staff passano tutti il giorno.

Sembra una robetta semplice vero? Lo è.

La gente è impazzita.

Oltre a ricevere i complimenti per la bella iniziativa – che fanno piacere ma lasciano il tempo che trovano – le visite in biblioteca sono raddoppiate, e i prestiti letteralmente schizzati in alto.

A volte, basta davvero poco.

Comunicazione facile

Bibliotecari al tempo di Twitter

Al convegno delle Stelline quest’anno ho twittato molto. Ho passato gran parte del tempo chino sul mio portatile o sul telefono a riportare quello che sentivo, a leggere i commenti altrui, a seguire gli interventi in maniera allargata, partecipata, includendo anche chi non era presente. La cosa che più mi piace di Twitter è la sua capacità di creare “spunti conversazionali” (per rubare un’espressione aulica da R. Casati). Le riflessioni e le citazioni captate al convegno, inizialmente decontestualizzate e appuntate sulla bacheca online, possono servire da base per un discorso da approfondire in seguito. E possono farlo in tempo reale, mentre la conversazione avviene.

Sin dal primo momento, però, ho avuto una sensazione strana, qualcosa che non mi piaceva. Mi sembrava che la comunità attorno a me fosse molto poco sensibile a questa dimensione virtuale che ormai da anni Twitter aggiunge ai convegni professionali (guardandomi indietro ho ritrovato, ad esempio, questo articolo su The Chronicles of Higher Education).

Per cominciare con una piccolezza, l’uso stesso dello strumento pareva approsimativo: accanto all’hashtag “ufficiale” #convegnostelline, indicato dal sito del convegno, erano molto usati anche due hashtag: #stelline16 e #bibliostar (che in realtà non indica il convegno quanto la fiera di espositori presente al convegno). Niente di male in questo: l’utilizzo spontaneo di certi hashtag nasconde sicuramente dei significati di valore che io non ho i mezzi per interpretare. La discrepanza però non ha aiutato alla coesione dell’intera conversazione:

@___agata___ #bibliotecari al tempo di google ma non sappiamo manco che hashtag usare

Alcuni usavano come hashtag il nome di una persona, anziché il suo twitter username – niente di grave. Altri twittavano senza usare gli hashtag del convegno, rimanendo quindi estranei alla conversazione: cosa già più inspiegabile.

Ma soprattutto ho avuto l’impressione iniziale che i tweet venissero sempre dalle stesse persone. Mi pareva che a commentare gli eventi o a raccogliere citazioni interessanti fosse un cerchio ristretto di utenti molto attivi, di pochi geek insomma.

Marco Goldin vicino a me stava portando avanti un lavoro eccellente di data mining e social analysis, i cui risultati ha esposto esaurientemente in un post dove spiega bene i numeri e quello che vogliono dire, traendo conclusioni data-based sulle relazioni.

Questo è un bibliotecario
Marco Goldin è un bibliotecario, al lavoro.

Dalle prime analisi fatte giovedì notte sul divano abbiamo riscontrato che il numero totale di tweet era effettivamente basso per un convegno così intenso di eventi e affluenza, e che la mia impressione iniziale sembrava trovare conferma: a usare Twitter era una minoranza estrema dei partecipanti.

Alla fine dei lavori e dopo un’analisi più accurata il numero dei twittatori si è dimostrato meno basso di quanto mi era sembrato, e il mio disagio si è attenuato. Tuttavia è impossibile non notare la bassa presenza delle istituzioni ma soprattutto dei vendor commerciali. A parte il “mostro” MLOL (l’account più attivo in assoluto) sono quasi assenti dalla conversazione di Twitter le aziende che operano nel settore.

Mi stupisco di quanto eccezionali paiano pratiche e strumenti con cui ormai, specie nel nostro mestiere, dovremmo avere una certa confidenza. Pensavo a Danah Boyd, di quando parlava della sua vita cyborg: essere connessi può essere un’estensione della presenza, e non una distrazione. Un contesto così fervente e dinamico e popolato come il Convegno delle Stelline (forse l’occasione di incontro più ricca che abbiamo in Italia nel nostro mestiere) è il luogo naturale per tuffarsi in questa estensione.

A un certo punto, una collega seduta dietro di me mi vedeva trafficare di fronte alla mia densa schermata di TweetDeck, e mi ha chiesto se fossi parte dell’organizzazione dell’evento. Ho dovuto spiegarle che la mia attività era semplicemente personale, e che ero un partecipante come tutti. L’eccezionale era ordinario.

Il tema del convegno era “I bibliotecari al tempo di Google”. Devo citare un’osservazione di Leombroni che mi ha molto divertito:

Google ha vent’anni: i bibliotecari, di conseguenza, vivono al tempo di Google da vent’anni. Intitolare un convegno in questo modo, come a indicare un’epoca di rottura e innovazione inesplorata, significa partire già in ritardo.

Viene immediatamente spontaneo chiedersi quando intitoleremo un convegno ai “bibliotecari al tempo di Twitter”, e se saremo pronti allora.

Bibliotecari al tempo di Twitter

La biblioteca (digitale) di Oblivion

Dove l’autore, a causa della tremenda monotonia del suo lavoro, decide di cimentarsi in un esperimento di biblioteconomia digitale, allo scopo di imparare un po’ di programmazione e di poter godersi meglio un grande videogioco. Ha così creato un epub contente tutti i libri di The Elder Scrolls IV: Oblivion. Il file si può scaricare da qui. Quello che segue invece è il racconto di “come lo feci”.

 L'amichevole bibliotecario della Gilda dei Maghi di Skyrim
L’amichevole bibliotecario della Gilda dei Maghi di Skyrim

Il mondo di The Elder Scrolls

Il mondo della saga di The Elder Scrolls è bellissimo. Il giocatore, attraverso il suo personaggio, è catapultato in un universo vastissimo che può esplorare in totale libertà. Apparentamente disorientati da una certa mancanza di binari narrativi – le quest sono sempre facoltative e lo scorrere del tempo sembra non alterare di granché il rapporto con i personaggi non giocanti – si scopre piano piano un’ambientazione profondissima, ricca di storia e di tradizioni. Scopriamo che dietro ogni commento fra gli avventori di una locanda o le aule di un palazzo c’è una storia immensa che non viene raccontata direttamente, ma che esiste, presente, in attesa di essere svelata se il giocatore è abbastanza curioso. Il mondo di The Elder Scrolls (TES) è per certi versi simile a quello di Tolkien: la storia principale non è che la superificie di un’ambientazione ricca e complessa. Questo background affiora continuamente, con eleganza e discrezione, attraverso dei piccoli elementi che compaiono nel racconto, e che agiscono come delle finestre che dall’interno della narrazione principale si schiudono verso un mondo più ampio e profondo. Queste “finestre” nell’opera di Tolkien sono rappresentate dalle poesie e le canzoni che i personaggi scambiano durante il loro lungo viaggio, nelle brevi soste intorno al fuoco o al rifugio fra i palazzi di Rivendell. In TES invece sono i numerosi libri sparsi per il mondo, dagli scaffali delle gilde ai bauli nascosti nelle grotte, dalle case dei personaggi ai ripiani delle librerie, ciascuno dei quali può essere raccolto, rubato, comprato, ma soprattutto letto nella sua interezza dal giocatore.

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La biblioteca (digitale) di Oblivion

Invincibili

Out of the night that covers me,Invictus
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds, and shall find me, unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul

William Ernest Henley, 1875

Perché alla fine di tutto, dopo ogni battaglia, attraverso ogni temporale, ne usciamo in piedi, vivi, vittoriosi.

La poesia l’ho trovata in un film su Nelson Mandela. Il testo l’ho preso da Wikipedia. L’ispirazione viene da una canzone heavy metal.

Invincibili