Leggere immagini

“Negli ultimi cento anni l’idea di lettura è stata strettamente collegata al concetto di alfabetizzazione; … imparare a leggere… significava imparare a leggere parole … Ma studi recenti hanno mostrato che la lettura delle parole è solo una parte di un’attività umana molto più ampia che include la decodificazione dei simboli e l’integrazione e organizzazione dei dati… In sostanza la lettura – nel senso più generale del termine – può essere considerata una forma di attività percettiva. Leggere parole è una delle manifestazioni di questa attività, ma ne esistono molte altre: lettura di immagini, mappe, schemi di circuiti elettronici, note musicali…”
(T. Wolf, Reading Reconsidered, in Harvard Educational Review, Fall 1977, citato in W. Eisner, Fumetto e arte sequenziale, 1985. Corsivi miei.)
Del perché oggi l’educazione alle immagini è imprescindibile, e di come la parola alfabetizzazione include molto più che “saper leggere”.
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Leggere immagini

Libri come giochi

Ieri l’altro è morto Joe Dever.

La mia vita di lettore deve tutto a due persone: Emlio Salgari, e lui. Come Le Tigri di Mompracem mi trasportarono per la prima volta in un mondo di fantasia e avventura, così i librogame della saga di Oberon furono la prima vera lettura che mi fece innamorare dell’oggetto libro e della magia che conteneva. Più che quella di Lupo Solitario, la sua saga più famosa, fu l’avventura “minore” di Oberon (Grey Wyzard in inglese) a catturarmi per non lasciarmi mai più.

Oberon il giovane mago
Oberon il giovane mago

Prima di Borges e delle sue superbe metafore sulle biblioteche ricorsive e i sentieri che si biforcano; prima di Calvino e dei suoi giochi meta-letterari sui destini incrociati; prima di Umberto Eco e i suoi libri che “si parlano fra loro”; prima dell’ipertestualità dei giochi per computer, dalle avventure testuali a i “tripla A” di oggi [1]; prima dell’immersione offerta dai giochi di ruolo, furono i librogame di Joe Dever ad aprirmi la porta verso il più grande e appassionante gioco intellettuale che esista: la letteratura.

Soprattutto, i Librogame mi insegnarono tre cose sulla lettura: che non è lineare, non è conclusiva, non è passiva.

In questo libro il protagonista sei tu“, recitava lo slogan che accompagnava i Librogame e i Choose Your Adventure books. Le avventure di Joe Dever e poi di tutti gli altri insegnavano che ogni lettura richiede l’intervento attivo del lettore, la sua mediazione fantastica, il suo contributo emotivo.

Questi elementi non si esauriscono con la fine del libro, ma continuano in nuovi processi creativi e intellettuali. Il libro è un “mezzo” verso “altre cose” – o perlomeno altri libri. Le biblioteche, digitali e non, si basano su questo.

Ripensando a Joe Dever, è impossibile non ricordare come nei suoi libri la morte del protagonista (e quindi del lettore) – che avveniva attraverso un paragrafo corto e triste, privo di sbocchi – permetteva di ricominciare da capo e scoprire nuovi intrecci e nuove storie dagli esiti diversi.

In casi come questi, la sensazione più forte che rimane è quella di voler continuare noi a raccontare storie su storie, di paragrafo in paragrafo, di libro in libro. Non ci resta nient’altro da fare.

[1] Non è un caso che i Librogame furono portati in Italia dalla EL in una collana curata dal prof. Giulio Lughi, esperto di multimedialità e interattività.

Libri come giochi

Nota sull’ultimo post: biblioteche diffuse

Da alcune osservazioni apparse su Facebook e Twitter in seguito al mio ultimo post, mi viene da aggiungere una postilla.

Durante la mia prima settimana nel mio attuale lavoro, ho incontrato ovviamente tutto lo staff e il management. Il consiglio che mi hanno dato tutti è stato:

Non stare mai tutto il tempo in ufficio. Esci, parla con le persone, gira nei corridoi. Niente di buono può venire a startene tutto il giorno seduto alla tua scrivania.

Si parlava spesso di “management by walking“, ovvero di organizzazione del lavoro fatta attraverso l’incontro e la conversazione con le persone, anziché redatta dal proprio ufficio isolato.

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Nota sull’ultimo post: biblioteche diffuse

Tentativi di Embedded Librarianship

Delle peculiarità della biblioteca dove lavoro avevo già parlato: nonostante le velleità accademiche, il Defense College è un’istituzione che richiede un approccio da biblioteca speciale e non da biblioteca accademica. L’information literacy è molto scarsa, e la breve permanenza degli studenti – in maggioranza estranei per background o carriera al mondo accademico – non permette di effettuare sessioni di formazione efficienti.

Questo ambiente tuttavia è il terreno ideale per la pratica della cosiddetta embedded librarianship, o come piace chiamarla a me, biblioteca diffusa.

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Tentativi di Embedded Librarianship

Comunicazione facile

L’idea mi era già saltata in testa ai tempi del mio tirocinio al CERN, quando si era pensato di utilizzare Scala – il software di presentazione usato dai monitor diffusi nei vari locali dell’istituto. Insieme alle informazioni sulle lezioni, gli eventi, le ricerche, le visite ufficiali, gli schermi avrebbero potuto mostrare informazioni sulla biblioteca: ultimi arrivi, libri che vanno e vengono dal prestito, nuovi servizi. Con un po’ di creatività, avremmo potuto fare come la biblioteca di Seattle, i cui schermi mostravano in tempo reale un feed delle ricerche che venivano fatte sull’Opac – una figata assurda se volete che ve lo dica – ma non esageriamo. Un qualsiasi tipo di comunicazione che andasse al di fuori della biblioteca e sfruttasse quel poco di tecnologia diffusa, sarebbe stata già un’idea molto apprezzabile.

È così che al College ho fatto questa cosa qua:

College ScreensSemplicemente, quando compriamo dei libri nuovi, ne diamo notizia sugli schermi che, in giro per la scuola, informano sugli orari delle lezioni, gli eventi da seguire, gli ospiti ufficiali in arrivo. Anziché limitarsi ad allestire lo scaffale dei nuovi arrivi all’ingresso della biblioteca, facciamo vedere i nuovi acquisti nei corridoi e davanti alle aule dove i corsisti e lo staff passano tutti il giorno.

Sembra una robetta semplice vero? Lo è.

La gente è impazzita.

Oltre a ricevere i complimenti per la bella iniziativa – che fanno piacere ma lasciano il tempo che trovano – le visite in biblioteca sono raddoppiate, e i prestiti letteralmente schizzati in alto.

A volte, basta davvero poco.

Comunicazione facile